Canzone del giorno: The best – Tina Turner (cover)

Uno di quei ritornelli che ti entrano in testa, uno dei simboli di una generazione, una canzone che ti fa alzare in piedi e ballare. E’ un testo felice, un testo d’amore, che in poche semplici parole riesce a riassumere il significato di quel sentimento speciale: “Tu sei semplicemente il migliore”, fine. Nient’altro da aggiungere, ma lo ripete mentre la musica scalpita irrefrenabile, lo ripete parecchie volte, come se ripeterlo lo stampasse finalmente nel cuore. Ma perché l’ho definita una cover? Tina Turner portò al successo il brano nel 1989, ma forse in pochi sanno che non era davvero il suo. L’anno prima era stato inciso da Bonnie Tyler, ma non era riuscita a incontrare il favore del pubblico, passò quasi sotto silenzio, e ad oggi la paternità di una canzone simbolo di un decennio è ancora da ricordare. Ma forse un po’ di merito lo hanno entrambe. Quello che non si può dimenticare è un brano iconico, allegro, a tratti dance, che ancora oggi merita di essere ascoltato.

I call you, when I need you my heart’s on fire

You come to me, come to me, wild and wild

You come to me

Give me everything I need

Give me a lifetime of promises and a world of dreams

Speak the language of love like you know what it means

And it can’t be wrong, take my heart

And make it strong, baby

You’re simply the best

Better than all the rest

Better than anyone

Anyone I ever met

I’m stuck on your heart

I hang on every word you say

Tear us apart

Baby, I would rather be dead

In your heart I see the start of every night and every day

In your eyes, I get lost, I get washed away

Just as long as I’m here in your arms

I could be in no better place

You’re simply the best

Better than all the rest

Better than anyone

Anyone I ever met

I’m stuck on your heart

I hang on every word you say

Oh, tear us apart, no, no

Baby, I would rather be dead

Each time you leave me I start losing control

You’re walking away with my heart and my soul

I can feel you even when I’m alone

Oh, baby, don’t let go

Oh, you’re the best

Better than all the rest

Better than anyone

Anyone I ever met

I’m stuck on your heart

I hang on every word you say

Oh, tear us apart, no, no

Baby, I would rather be dead

You’re the best

You’re simply the best

Better than all the rest

Better than anyone

Anyone I ever met

I’m stuck on your heart

I hang on every word you say

Oh, tear us apart, no, no

Baby, I would rather be dead

Oh, you’re the best

Traduzione:

Ti chiamo quando ho bisogno di te e il mio cuore è in fiamme
tu vieni da me, vieni da me selvaggio, molto selvaggio
quando vieni mi
dai tutto quello di cui ho bisogno
mi dai una vita di promesse e un mondo di sogni
parli la lingua dell’amore come se tu ne conoscessi il significato
questo non può essere sbagliato, prendi il mio cuore
e rendilo forte, tesoro

Tu sei semplicemente il migliore
migliore di tutto il resto
migliore di chiunque altro
chiunque altro io abbia mai incontrato
sono bloccata nel tuo cuore
pendo da ogni parola che dici
piuttosto che separarmi da te
preferirei morire, tesoro

Nel tuo cuore vedo la stella di ogni notte e ogni giorno
nei tuoi occhi mi perdo, vengo trascinata lontano
finchè sarò qui nelle tue braccia
non potrei essere in un posto migliore
Tu sei semplicemente il migliore
migliore di tutto il resto
migliore di chiunque altro
chiunque altro io abbia mai incontrato
sono bloccata nel tuo cuore
pendo da ogni parola che dici
piuttosto che separarmi da te
preferirei morire, tesoro

Ogni volta che mi lasci inizio a perdere il controllo
tu te ne stai andando con la mia anima e il mio cuore
riesco a sentirti anche quando sono sola
tesoro, non mandare tutto all’aria

Tu sei semplicemente il migliore
migliore di tutto il resto
migliore di chiunque altro
chiunque altro io abbia mai incontrato
sono bloccata nel tuo cuore
pendo da ogni parola che dici
piuttosto che separarmi da te
preferirei morire, tesoro

Tu sei semplicemente il migliore
migliore di tutto il resto
migliore di chiunque altro
chiunque altro io abbia mai incontrato
sono bloccata nel tuo cuore
pendo da ogni parola che dici
piuttosto che separarmi da te
preferirei morire, tesoro

Tu sei semplicemente il migliore
migliore di tutto il resto
migliore di chiunque altro
chiunque altro io abbia mai incontrato
sono bloccata nel tuo cuore
pendo da ogni parola che dici
piuttosto che separarmi da te
preferirei morire, tesoro

Oh tu sei semplicemente il migliore

Moseek e Mille: due facce della stessa Elisa

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Il progetto di questa band musicale ha una storia complessa. Oddio, forse non complessa, ma lunga e tortuosa, quello sì. Nascono come gruppo nel 2010, tra Aprilia e Velletri, e nello stesso anno esce il loro primo Ep, intitolato “Tableau”, seguito da “Yes week-end” due anni dopo. Entrambi vengono ripubblicati dalla Don’t worry records in un unico album, “Leaf”, ad oggi rimosso dalle piattaforme di streaming e disponibile solo in formato fisico. Come li possiamo descrivere? Come… una band elettropop dalle sonorità definite, dai tratti internazionali, con una personalità di rilievo che li distingue da tanti altri gruppi della mischia. La voce è di una cantante, Elisa Pucci, una voce particolarissima, che qualcuno potrebbe azzardarsi a definire strana, dissonante, cacofonica. È una voce squillante, quasi metallica, difficile da definire. Ma accompagnata dagli arrangiamenti targati Moseek, che al timpano affiancano basso, batteria, synth e cori di accompagnamento, risulta essere la voce ideale per la band, inserita perfettamente nelle sonorità e nel loro stile. A riprova che i Moseek potrebbero essere un’ottima band da esportare, nel 2012 hanno suonato in tour in Inghilterra, cantando in inglese là dove la lingua madre è l’inglese.

Nel 2015 partecipano alla nona edizione di X Factor Italia, arrivando fino alla semifinale e facendosi conoscere anche a un pubblico giovane, certamente più ampio e commerciale. Nel 2016 esce l’album “Gold people”, anticipato dal singolo “Venice and Paris”, unici lavori disponibili in formato digitale, distribuiti dalla Yorpikus/Walkman Records per la Universal. Sono rimasti una band di nicchia, fedeli al proprio genere musicale, per nulla intaccati dal percorso in un talent show, che spesso tende a stravolgere anche i prodotti fatti e finiti. Ne hanno solo guadagnato in esperienza e nomea positiva. Ma quanto può giovare ad un artista cantare in inglese per un pubblico italiano?

Elisa ha raccontato di essersi resa conto che molti fan non conoscevano i testi, cantavano parole a caso, storpiando le frasi senza capirne il reale senso. È stata la prima spinta a buttarsi in un nuovo progetto, parallelo ai Moseek, un progetto tutto in italiano. Mille è Elisa Pucci, solista, stanziata a Centocelle. Ha deciso di separare le due strade per non stravolgere Moseek, per proteggere l’integrità dei due progetti e i loro stili ben definiti, e questo è segno di grande maturità artistica e consapevolezza. “Ho cominciato a provare la curiosità di scrivere anche nella lingua in cui parlo, perchè effettivamente quando io scrivo lo faccio perché quello che ho vissuto magari possa essere un punto di vista per qualcuno, utile per qualcuno, e anche compreso”. Per non dover adattare i brani dei Moseek alle esigenze dei più pigri, degli ascoltatori più passivi, Elisa ha deciso di percorrere due vie parallele. E credo che funzioni davvero. Da un lato una band pop elettronica, già collaudata e definita, pronta magari, chi lo sa, per un nuovo tour in Inghilterra. E dall’altro una cantante solista, accompagnata spesso soltanto dalla tastiera, che comunica con i propri testi in maniera chiara, semplice, diretta. Al suo attivo soltanto pochi singoli, primo dei quali “Supereroe”, uscito nel 2018. E moltissimi video pubblicati sulla sua pagina Instagram, ancora ufficialmente inediti ma in attesa di essere pubblicati.

Canzone del giorno: Bird set free – Sia

Una canzone per parlare di sé stessa, una canzone che ha il sapore della libertà. “Non mi importa se stono, trovo me stessa nelle mie melodie, canto per amore, canto per me, griderò forte come un uccellino che viene liberato”. La musica che ti salva è questa, quella che non si preoccupa della nota perfetta, della voce angelica, quella che ti fa provare un’emozione, o che ti aiuta ad esprimerla, perché a parole tu non ci riesci. E forse ad un primo ascolto potrà sembrare una qualsivoglia canzone pop, ma il testo è una grande metafora dal significato importante. Non contano i giudizi altrui, chi dice che non siamo bravi a fare qualcosa, perché se quel qualcosa ci fa stare bene allora ne vale la pena. Siamo uccellini liberi, e a volte nelle gabbie ci finiamo da soli, per paura, per vergogna, o per l’assurda idea che gli altri possano dirci cosa fare, ma siamo noi a decidere se uscirne, strappare le catene e tornare a volare. Sia parla del canto, perché il canto è la sua vita e il suo mestiere. Ma la lezione può essere considerata universale.

Clipped wings, I was a broken thing
Had a voice, had a voice but I could not sing
You would wind me down, I struggled on the ground, oh
So lost, the line had been crossed
Had a voice, had a voice but I could not talk
You held me down, I struggle to fly now, oh
But there’s a scream inside that we all try to hide

We hold on so tight, we cannot deny
Eats us alive, oh it eats us alive, oh
Yes, there’s a scream inside that we all try to hide
We hold on so tight, but I don’t wanna die, no
I don’t wanna die, I don’t wanna die, yeah
And I don’t care if I sing off key
I find myself in my melodies
I sing for love, I sing for me
I’ll shout it out like a bird set free
No I don’t care if I sing off key
I find myself in my melodies
I sing for love, I sing for me
I’ll shout it out like a bird set free
I’ll shout it out like a bird set free

I’ll shout it out like a bird set free
Now I fly, hit the high notes
I have a voice, have a voice, hear me roar tonight
You held me down but I fought back loud, oh
But there’s a scream inside that we all try to hide
We hold on so tight, we cannot deny
Eats us alive, oh it eats us alive, oh
Yes, there’s a scream inside that we all try to hide
We hold on so tight, but I don’t wanna die, no
I don’t wanna die, I don’t wanna die, yeah
And I don’t care if I sing off key

I find myself in my melodies
I sing for love, I sing for me
I’ll shout it out like a bird set free
No I don’t care if I sing off key
I find myself in my melodies
I sing for love, I sing for me
I’ll shout it out like a bird set free
I’ll shout it out like a bird set free
I’ll shout it out like a bird set free
I’ll shout it out like a bird set free
I’ll shout it out like a bird set free
I’ll shout it out like a bird set free

Traduzione:

Ali bloccate, ero una cosa rotta
avevo una voce, avevo una voce ma non riuscivo a cantare
tu mi rallentavi, ho combattuto per terra, oh
ero così persa, la linea era stata superata
avevo una voce, avevo una voce ma non riuscivo a parlare
tu mi trattenevi, ora lotto per volare, oh
Ma c’è un grido dentro che noi tutti proviamo a nascondere

teniamo duro ma non possiamo negarlo
ci mangia vivi, ci mangia vivi, oh
sì, c’è un grido dentro che noi tutti proviamo a nascondere
teniamo duro ma io non voglio morire, no
non voglio morire, non voglio morire, già
E non mi importa se stono
trovo me stessa nelle mie melodie
canto per amore, canto per me
griderò forte come un uccellino che viene liberato
no non mi importa se stono
trovo me stessa nelle mie melodie
canto per amore, canto per me
griderò forte come un uccellino che viene liberato
griderò forte come un uccellino che viene liberato

griderò forte come un uccellino che viene liberato
Ora volo, riesco a prendere le note più alte
ho una voce, ho una voce, ascoltami ruggire stanotte
tu mi trattenevi ma ho combattuto a voce alta, oh
Ma c’è un grido dentro che noi tutti proviamo a nascondere
teniamo duro ma non possiamo negarlo
ci mangia vivi, ci mangia vivi, oh
sì, c’è un grido dentro che noi tutti proviamo a nascondere
teniamo duro ma io non voglio morire, no
non voglio morire, non voglio morire, già

E non mi importa se stono
trovo me stessa nelle mie melodie
canto per amore, canto per me
griderò forte come un uccellino che viene liberato
no non mi importa se stono
trovo me stessa nelle mie melodie
canto per amore, canto per me
griderò forte come un uccellino che viene liberato
griderò forte come un uccellino che viene liberato
griderò forte come un uccellino che viene liberato
griderò forte come un uccellino che viene liberato
griderò forte come un uccellino che viene liberato
griderò forte come un uccellino che viene liberato

Canzone del giorno: Everlasting – Take that

Era il 1997, ma questa canzone potrebbe essere stata scritta ieri. Non è facile definire il concetto di eternità, in fondo che cosa è eterno? Forse solo i ricordi. Ma il testo dice una cosa: “Il nostro tempo non scadrà mai, è eterno”. Come se quel preciso momento, quel venerdì sera a ballare sotto le stelle, non avesse più fine. La magia della serata perfetta, è qualcosa che tutti viviamo almeno una volta nella vita, e la ricordiamo per sempre, perché almeno chiudendo gli occhi sia possibile provare di nuovo quelle emozioni. Ecco cos’è l’eternità. Una sensazione più che un concetto fisico, un’occasione più che un giorno vissuto. Eterno è ciò che scegliamo di conservare.

English version:

It was 1997, but this song could have been written yesterday. It’s not easy to define the concept of eternity, afterl all what’s eternal? Maybe just memories are. But the lyric says one thing: “Never running out of time, everlasting”. Such as that precise moment, that friday night spent dancing under the stars, could have no end. The magic of the perfect night, it’s something everyone feels once in his life, and we remember it forever, so that at least by closing our eyes we’ll be able to experience those emotions again. This is eternity. A feeling more that a physical concept, an opportunity more than a day lived. Eternal is what we choose to keep alive.

It started on a Friday night
A million years ago
When the world was cold
We were lonely satellites
With nowhere left to go
When we settled, oh
Call it gravity
Or is it history?
Where’d you go?
Where did you go?
It started on a Friday night
We were runnin’ wild
We were flyin’ high
Searchin’ for the time of our lives
Everywhere we go
Never goin’ home
And every tear we ever cried
Keeps the rivers of our lives
Flowin’ back to me
(Flowin’ back to me)
And every thought we ever had
Every word we ever said
Is comin’ back to me
You know
Baby when the lights go out
We’ll be dancin’
Even when the sky falls down
We’ll be dancin’
Never runnin’ out of time
Everlasting
‘Cause we’re all stars
When we’re dancin’
Baby when the lights go out
We’ll be dancin’
Even when the sky falls down
We’ll be dancin’
Never runnin’ out of time
Everlasting
‘Cause we’re all stars
When we’re dancin’
Drivin’ in a foreign town
Throws me every time
Tryin’ to read the signs
I wonder what you’re thinkin’ now
When it’s late at night
Do you realize?
That every song that made us cry
Made the voices of our lives
Sing in harmony
(Sing in harmony)
And every thought we ever had
Every word we ever said
Is comin’ back to me, oh
And you know
Baby when the lights go out
We’ll be dancin’
Even when the sky falls down
We’ll be dancin’
Never runnin’ out of time
Everlasting
‘Cause we’re all stars
When we’re dancin’
Baby when the lights go out
We’ll be dancin’
Even when the sky falls down
We’ll be dancin’
Never runnin’ out of time
Everlasting
‘Cause we’re all stars
For one last night
For all of time
A hundred years
A million more
I’m by your side
For one last night
For all of time
A hundred years
A million more
I’m by your side
So come on back to me, oh
Baby when the lights go out
We’ll be dancin’
Even when the sky falls down
We’ll be dancin’
Never runnin’ out of time
Everlasting
‘Cause we’re all stars
When we’re dancin’ (for one last night)
Baby when the lights go out
(For all of time)
Even when the sky falls down
(For one last night)
Never runnin’ out of time
Everlasting
‘Cause we’re all stars
When we’re dancin’
Traduzione:
E’ iniziato tutto un venerdì sera
un milione di anni fa
quando il mondo era freddo
eravamo satelliti solitari
senza alcun posto dove andare
quando ci siamo fermati in un posto, oh
Chiamala gravità
o è storia?
dove sei andata?
dove sei andata?
E’ iniziato tutto un venerdì sera
stavamo imparando la vita
volavamo in alto
cercavamo il divertimento delle nostre vite
andavamo ovunque
ma non tornavamo mai a casa
E ogni lacrima che abbiamo mai versato
fa sì che il fiume delle nostre vite
continui a scorrere verso me
scorrere verso me
e ogni pensiero che abbiamo mai avuto
ogni parola che abbiamo mai detto
mi sta tornando indietro
e lo sai
Tesoro quando le luci si spegneranno
balleremo
anche quando crollerà il cielo
balleremo
il nostro tempo non scadrà mai
è eterno
perchè siamo tutte stelle
quando balliamo
Tesoro quando le luci si spegneranno
balleremo
anche quando crollerà il cielo
balleremo
il nostro tempo non scadrà mai
è eterno
perchè siamo tutte stelle
quando balliamo
Guido verso una città straniera
mi getta ogni volta
che provo a leggere i segnali
mi chiedo a cosa tu stia pensando adesso
quando è notte fonda
capisci
Che ogni canzone che ci ha fatto piangere
ha creato le voci delle nostre vite
cantando in armonia
cantando in armonia
e ogni pensiero che abbiamo mai avuto
ogni parola che abbiamo mai detto
mi sta tornando indietro
e lo sai
Tesoro quando le luci si spegneranno
balleremo
anche quando crollerà il cielo
balleremo
il nostro tempo non scadrà mai
è eterno
perchè siamo tutte stelle
quando balliamo
Tesoro quando le luci si spegneranno
balleremo
anche quando crollerà il cielo
balleremo
il nostro tempo non scadrà mai
è eterno
perchè siamo tutte stelle
Per un’ultima notte
per tutto il tempo
per centinaio di anni
e un milione ancora
sarò al tuo fianco
Per un’ultima notte
per tutto il tempo
per centinaio di anni
e un milione ancora
sarò al tuo fianco
quindi avanti, torna da me oh
Tesoro quando le luci si spegneranno
balleremo
anche quando crollerà il cielo
balleremo
il nostro tempo non scadrà mai
è eterno
perchè siamo tutte stelle
quando balliamo
per l’ultima notte
Tesoro quando le luci si spegneranno
per tutto il tempo
anche quando crollerà il cielo
per l’ultima notte
il nostro tempo non scadrà mai
è eterno
perchè siamo tutte stelle
quando balliamo

Quarantine Quartet

Durante la quarantena tutto il mondo si è rifugiato nella musica, ognuno in modo diverso, ognuno nella sua misura. E dall’altra parte dell’oceano, negli Stati Uniti d’America, niente canti dai balconi o concerti da casa: Elysa e Jason, nel loro piccolo, hanno creato una magia. Sì, perché i Quarantine Quartet sono nati a marzo 2020, dall’idea di due genitori cresciuti con la musica, e di due figli che ai videogiochi preferiscono una chitarra. Sono una famiglia, quattro stupendi sorrisi, e un esempio di vita e di gioia nella pandemia. Elysa e Jason erano già un duo conosciuto, bravissimi a mescolare il flamenco e lo stile spagnolo alle tecniche della chitarra classica, insegnanti di professione oltre che musicisti per passione. Ma i Quarantine Quartet sono qualcosa che si incontra di rado nello sconfinato mondo della musica. Joseph e Noah, due bambini di 9 e 10 anni, che suonano con i genitori, e si divertono, ballano, sorridono, e creano una musica che non ha nulla da invidiare a tanti. Forse perché si vede l’amore, per la famiglia e per la chitarra. Forse perché alle emozioni non ci sono filtri. O forse perché anche a distanza ti trasportano altrove, nella loro casa, come se fossi seduto sul loro divano e stessero suonando davanti a te. E’ stupefacente vederli insieme, a fare qualcosa che sembra così magico, e un po’ ti domandi come sia possibile. Mentre tutti lamentavano di non poter uscire, con le televisioni sempre accese e i computer sul tavolo, loro creavano insieme la loro musica. Sono bastate quattro chitarre, nient’altro. E sembrerà un paradosso dire che la quarantena qualcosa di buono lo ha lasciato. Chissà, forse i Quarantine Quartet sarebbero nati lo stesso, ma con un altro nome. Eppure è bellissimo ascoltarli, perdersi a guardare le loro mani, o chiedersi come faccia Jospeh a suonare mentre saltella per casa. Perché in fondo sono ancora bambini, ma forse hanno capito prima di tutti gli altri a cogliere il buono da ogni situazione, anche le più difficili. Così ancora una volta sono loro a insegnare a noi i segreti della vita. Quindi grazie, ai ragazzi, e ai genitori che li hanno educati così.

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Quarantine Quartet Instagram Account

Canzone del giorno: Wake me up – Avicii

Avicii, l’ennesima vittima del girone infernale che ha portato via giovanissimi artisti, come quelli giornalisticamente riuniti sotto il Club 27, e da cui Avicii risulta escluso per una questione di pochi mesi. Morto suicida a 28 anni, lascia in eredità alcuni brani che testimoniano un grande talento nella produzione musicale, ma non solo. “Wake me up” è il perfetto incontro tra musica dance elettronica e rilevanza testuale, perché se da un lato il ritmo sostenuto ti spinge a ballare, dall’altro le parole ti fanno riflettere, e non sono buttate a caso per fare rima, ma affrontano un tema profondo e molto sfaccettato, “Quindi svegliatemi quando sarà tutto finito, quando sarò più saggio e più vecchio; per tutto questo tempo stavo trovando me stesso e non sapevo che mi ero perso”, è una richiesta di aiuto e un lieto fine insieme, ma il messaggio finale è proprio l’importanza di riconoscere se stessi, di volersi bene, di capire quale strada percorrere, e non per gli altri, ma perché è quello che vogliamo noi.

Feeling my way through the darkness
Guided by a beating heart
I can’t tell where the journey will end
But I know where it starts
They tell me I’m too young to understand
They say I’m caught up in a dream
Well life will pass me by if I don’t open up my eyes
Well that’s fine by me

So wake me up when it’s all over

When I’m wiser and I’m older
All this time I was finding myself
And I didn’t know I was lost

So wake me up when it’s all over
When I’m wiser and I’m older
All this time I was finding myself
And I didn’t know I was lost

I tried carrying the weight of the world
But I only have two hands
I hope I get the chance to travel the world
And I don’t have any plans
I wish that I could stay forever this young
Not afraid to close my eyes
Life’s a game made for everyone
And love is a prize

So wake me up when it’s all over
When I’m wiser and I’m older

All this time I was finding myself
And I didn’t know I was lost

So wake me up when it’s all over
When I’m wiser and I’m older
All this time I was finding myself
And I didn’t know I was lost

I didn’t know I was lost
I didn’t know I was lost
I didn’t know I was lost
I didn’t know I was lost

Traduzione:

Sento di trovare la mia strada nell’oscurità
Guidato da un cuore che batte
Non so dove il viaggio si concluderà
Ma so da dove inizia
Tutti mi dicono che sono troppo giovane per capire
Dicono che sono intrappolato in un sogno
Che la mia vita mi passerà davanti se non apro gli occhi
Beh, a me sta bene così.

Svegliatemi quando sarà tutto finito

Quando sarò più saggio e più vecchio
Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso
E non sapevo che mi ero perso

Quindi svegliatemi quando sarà tutto finito
Quando sarò più saggio e più vecchio
Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso
E non sapevo che mi ero perso

Ho provato a portare da solo il peso del mondo
Ma ho solo due mani
Spero di avere la possibilità di viaggiare per il mondo
E non ho nessun piano
Vorrei davvero poter rimanere giovane per sempre
Non ho paura di chiudere i miei occhi
La vita è un gioco fatto per tutti
E l’amore è il premio

Svegliatemi quando sarà tutto finito
Quando sarò più saggio e più vecchio

Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso
E non sapevo che mi ero perso.

Quindi svegliatemi quando sarà tutto finito
Quando sarò più saggio e più vecchio
Per tutto questo tempo stavo trovando me stesso
E non sapevo che mi ero perso

Non sapevo che mi ero perso
Non sapevo che mi ero perso
Non sapevo che mi ero perso
Non sapevo che mi ero perso

Canzone del giorno: A modo tuo – Elisa (testo di Luciano Ligabue)

Lo ammetto, le canzoni dedicate ai figli le vado a cercare con il lanternino. Mi emozionano, perché sono talmente vere, talmente dirette, talmente sincere, che mi fanno capire quanto sia speciale il legame di sangue tra genitori e figli. Non sono madre, ma ho una famiglia bellissima con cui cerco di trascorrere più tempo possibile. So che sembrerà sempre troppo poco, e che in fondo noi figli non diciamo spesso “Ti voglio bene”. Ma crescendo capiamo che tutto era per noi. Ogni gesto, ogni sacrificio, ogni dolore, ogni sorriso, ogni pensiero. I genitori vivono con i propri figli, per i propri figli, ogni giorno, e se potessero li proteggerebbero per tutta la vita, ma non è facile capirsi, mettersi nei panni degli altri, comprendere che spesso l’amore ti fa anche sbagliare, e che essere genitori può fare paura. Da figli, abbiamo bisogno di tempo, della possibilità di sbagliare, di incavolarci perchè vogliamo crescere, per poi arrivare ad essere grandi e a voler tornare bambini, perchè era più facile, perchè allora potevamo nasconderci dietro la gonna della mamma, perchè c’era il papà che ci faceva volare sollevandoci in aria. “Sarà difficile diventar grande”, ma in fondo si diventa grandi sempre insieme.

Sarà difficile
Diventar grande
Prima che lo diventi anche tu
Tu che farai tutte quelle domande
E io fingerò di saperne di più
Sarà difficile
Ma sarà come deve essere
Metterò via i giochi
Proverò a crescere
Sarà difficile
Chiederti scusa
Per un mondo che è quel che è
Io nel mio piccolo
Tento qualcosa
Ma cambiarlo è difficile
Sarà difficile
Dire tanti auguri a te
A ogni compleanno
Vai un po’ più via da me
A modo tuo
Andrai a modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai sempre a modo tuo
A modo tuo
Vedrai a modo tuo
Dondolerai, salterai, cambierai
Sempre a modo tuo
Sarà difficile vederti da dietro
Sulla strada che imboccherai
Tutti i semafori
Tutti i divieti
E le code che eviterai
Sarà difficile
Mentre piano ti allontanerai
A cercar da sola quella che sarai
A modo tuo
Andrai a modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
A modo tuo
Vedrai a modo tuo
Dondolerai, salterai, cambierai
Sempre a modo tuo
Sarà difficile
Lasciarti al mondo
E tenere un pezzetto per me
E nel bel mezzo del tuo girotondo
Non poterti proteggere
Sarà difficile
Ma sarà fin troppo semplice
Mentre tu ti giri
E continui a ridere
A modo tuo
Andrai a modo tuo
Camminerai e cadrai, ti alzerai
Sempre a modo tuo
A modo tuo
Vedrai a modo tuo
Dondolerai, salterai, cambierai
Sempre a modo tuo…

Canzone del giorno: Everybody hurts – R.E.M.

Non ci sarebbe bisogno di aggiungere niente, le parole, pochissime, così dirette, bastano a fare di questa canzone un inno alla vita. “Tutti soffrono, tu non sei solo”, chiude un brano che ti colpisce in pieno petto, nonostante la voce di Bill Berry sia al tempo stesso così delicata. E’ per tutti, è universale, è piena di sofferenza, come un faro che illumina il dolore negli angoli del mondo. Perché non è sempre facile, non si trova sempre la forza per resistere, per ricostruire tutto da capo, per combattere un vuoto e tornare a riempirlo. Tutti soffrono e tutti a volte piangono, questa immagine riflette un mondo imperfetto, ma così realistico, così fragile, che non ha bisogno di maschere o di giustificazioni. Non importa il perché, nessuno te lo viene a chiedere. Ti basti sapere che non sei solo. Il videoclip mostra una strada trafficata, e nelle auto volti comuni dallo sguardo triste, bambini, adulti, anziani, chiusi nelle loro gabbie dalle portiere chiuse, e senza lacrime. Ma sul finire del brano quelle stesse persone si riversano sulla strada, sotto il cielo, e il canto intona “Hold on”, “Resisti”, perché ne vale la pena. Resisti perché la vita è bellissima, perché non devi affrontarla da solo, perché dopo una notte scura arriva sempre il sereno. Resisti perchè la vita è preziosa, ed è vero che a volte ti chiede di essere forte, ma sa anche darti le gioie più grandi, in un puzzle a cui mancano sempre dei pezzi. E’ una scena che ti travolge, perché la voce arriva dritta a colpire le tue emozioni, e nel mentre scorrono le immagini di una strada affollata, con le auto spente e infiniti piedi che inseguono la libertà.

“Everybody hurts”, uscita nel 1992, è un colosso che ha reso i R.E.M. noti a tutti. Una canzone che attraversa i tempi e si rivolge a chiunque apra il proprio cuore alla musica. Una canzone che non vuole insegnare niente, solo entrare in contatto con le persone, anime sconosciute, per dire loro che non sono da sole. Il cantante Bill Berry ha dichiarato:  “Non riesco a credere che sia la mia voce. È purissima. Questa canzone ha smesso immediatamente di appartenere a noi ed è diventata di tutti.” Ed è così. Un brano che è valso un encomio ufficiale da parte dello stato del Nevada per l’impegno nella prevenzione del suicidio. E se la musica può davvero parlare alle persone, questo è uno dei messaggi più importanti da diffondere.

When your day is long
And the night
The night is yours alone
When you’re sure you’ve had enough
Of this life
Well hang on
Don’t let yourself go
‘Cause everybody cries
And everybody hurts sometimes
Sometimes everything is wrong
Now it’s time to sing along
When your day is night alone (hold on)
(Hold on) if you feel like letting go (hold on)
If you think you’ve had too much
Of this life
Well, hang on
‘Cause everybody hurts
Take comfort in your friends
Everybody hurts
Don’t throw your hand
Oh, no
Don’t throw your hand
If you feel like you’re alone
No, no, no, you’re not alone
If you’re on your own
In this life
The days and nights are long
When you think you’ve had too much
Of this life
To hang on
Well, everybody hurts sometimes
Everybody cries
And everybody hurts sometimes
And everybody hurts sometimes
So, hold on, hold on
Hold on, hold on
Hold on, hold on
Hold on, hold on
Everybody hurts
You are not alone
Traduzione:
Quando il giorno è lungo e la notte, la notte è solo tua,
Quando sei sicuro di averne avuto abbastanza di questa vita, beh resisti
Non lasciarti andare, perché tutti piangono e tutti soffrono a volte
A volte tutto è sbagliato. Ora è tempo di cantare insieme
Quando il tuo giorno è soltanto notte (resisti, resisti)
Se ti senti come se ti stessi lasciando andare (resisti)
quando pensi di averne avuto troppo di questa vita, beh resisti
Perché tutti soffrono. Trova consolazione nei tuoi amici
Tutti soffrono. Non rovesciare la tua mano. Oh no. Non rovesciare la tua mano
Se senti di essere solo, no, no, no, tu non sei solo
Se sei solo in questa vita, se i giorni e le notti sono lunghe.
Quando pensi di averne avuto troppo di questa vita per resistere
Beh, tutti soffrono a volte.
Tutti piangono. E tutti soffrono a volte
E tutti soffrono a volte. Allora resisti, resisti
Resisti, resisti, resisti, resisti, resisti, resisti
Tutti soffrono, tu non sei solo

Naomi Rivieccio

Mente chiusa vuole che chi ha studiato canto lirico non possa fare altro genere se non quello. Ma le eccezioni sono tante, e tra queste posso certamente nominare Naomi Rivieccio, ragazza napoletana ed ex concorrente della dodicesima edizione di X Factor. Naomi nasce come soprano, si è diplomata in Teatro musicale d’opera al Conservatorio Martucci di Salerno, ed ha avviato una carriera da solista di tutto rispetto presso la “Nuova orchestra Scarlatti”. Ha la classica voce che rompe i bicchieri, quella che oggigiorno soltanto in pochi apprezzano, quella che sta scomparendo assieme al teatro stesso, ormai lusso di chi può permetterselo e di chi ama l’opera. Ma con quella voce, quella tecnica, quello studio solido sulle spalle, può permettersi davvero di cantare qualunque cosa. Attenzione, ho detto cantare, non interpretare. Perché l’interpretazione è quell’aggiunta personale, quel tocco che riesce a dare un senso alla canzone, a trasmettere determinate emozioni, a renderla unica in un universo di cover intonate. Nel 2018 Naomi si è presentata a X Factor, riuscendo nell’ardua impresa di arrivare fino in finale. Perché la definisco ardua? Perché il talent ci aveva già provato l’anno prima, coronando vincitore il lirico Lorenzo Licitra, ma il giovane è praticamente scomparso dallo scenario musicale. E poi perché il genere, qui in Italia, non funziona. Basti pensare ai tre tenori de Il volo, che all’estero macinano concerti sold out mentre nel nostro paese vengono insultati dalle sale stampa di Sanremo. Sorge quindi un’ovvia domanda: e Naomi? Naomi ha avuto a sua disposizione otto puntate, e da metà percorso ha tirato fuori dal cilindro un’arma infallibile, assolutamente efficace, che in brevissimo tempo ha portato il pubblico dalla propria parte. Il rap. Ebbene sì, Naomi rappa perfettamente, ha il fiato e la tecnica per poter affrontare colossi come Eminem, e questo non è talento naturale, questo è il risultato di anni di studio al conservatorio, anni di lavoro con la musica e con la voce, che ripagano sempre. Non ha vinto X Factor e non ha scoperto nessun amore platonico per il rap, si è divertita, ha ottenuto visibilità, ha inciso un singolo, scritto, tra gli altri, anche da Federico Zampaglione. Non ha avuto un successo esponenziale, anzi, le aspettative erano forse fin troppo alte, e la canzone, “Like the rain (unpredictable)”, ricorda un po’ la colonna sonora di un musical, un genere lento e romantico pressoché ignorato dalle masse. Ma il sapere ti permette di poter giocare diverse carte, e così la stessa Naomi che rappava al Mediolanum Forum di Assago, si è cimentata nel doppiaggio del film Disney “Aladdin”, remake del cartone originale. È sua la voce nel brano “Il mondo è mio”, caposaldo delle colonne sonore storiche, è lei che ha potuto registrare nello studio tra i più prestigiosi degli Stati Uniti, è lei che ancora una volta ha saputo spaziare tra i generi musicali, risultando sempre credibile e, ancora più importante, sempre all’altezza. Studiare è la base per fare tante cose.

Link per gli interessati:

Naomi Rivieccio – Canale Youtube

Naomi Rivieccio su Spotify

Naomi Rivieccio Instagram Account

Il concerto di Elisa a Bologna (2019)

Un lunedì sera, a Bologna, nel palazzetto dell’Unipol Arena, ho realizzato uno dei miei sogni più grandi dell’ultimo periodo. Era da un po’ che lo aspettavo, da un po’ che, ascoltando quelle canzoni con le cuffiette, immaginavo come dovesse essere in concerto. Così ho cercato qualcuno che mi accompagnasse, perché non ho mai il coraggio di andarci da sola, e con un’amica ho comprato i biglietti per la data a Bologna, la mia città. Siamo entrate, ci siamo sedute quasi sotto al palco, ci siamo divise un barattolo di popcorn, abbiamo chiacchierato del più e del meno. In fondo era un po’ un regalo, il suo, perché di Elisa non conosceva che qualche brano famoso, ed era come se la vedesse per la prima volta. Ma quando è salita sul palco all’improvviso, ancora in felpa, per annunciare l’artista di apertura, ho capito che quella sarebbe stata una bellissima serata. Ha aperto il concerto Michael Leonardi, cantautore italo-australiano per me sconosciuto, che ha saputo creare la giusta atmosfera accompagnandosi con il solo pianoforte. Bravo, bravissimo, ma come spesso accade durante gli opening l’attenzione era rivolta altrove. Alle nove e un quarto la voce di Elisa ha invaso il palazzetto, identica a quella che da sempre fuoriesce dalle mie cuffiette, o dalle casse dello stereo dell’auto, perfetta come nei dischi incisi, intonata dall’inizio alla fine, a tempo come un metronomo. E’ un’artista che ammiro tanto, ma non avrei mai immaginato un concerto talmente vario, strutturato, emozionante, e pieno di musica. Un repertorio che dagli anni Novanta arriva fino ad oggi, senza tramontare mai, attuale come se gli anni non fossero mai passati, e lei fosse ancora una ragazzina scatenata sul palco, ma con due figli che la aspettano a casa, la quotidianità della famiglia a cui tornare, un lavoro magico a cui ha dedicato gran parte della sua vita. Ha donato al suo pubblico momenti incredibili, dall’intramontabile Labyrinth a Se piovesse il tuo nome, da Broken a Soul, da Gli ostacoli del cuore a Se piovesse il tuo nome. Ha suonato il piano, le percussioni, la chitarra acustica e la chitarra elettrica, ha corso lanciando la giacca, si è fermata ad ascoltare l’Arena, ha prolungato il concerto fino alle due ore e mezza piene. Se non è questo il saper tenere un palco, non so che cosa sia. Ed è stato toccante cantare In piedi, canzone contro la violenza sulle donne, a tratti gridata a gran voce, perché il messaggio possa finalmente giungere a destinazione. Da brividi i filmati che hanno accompagnato le esibizioni, volti di personaggi famosi, Michelle Robinson, Chlöe Swarbrick, Malala Yousafazai, e folle di persone in protesta, uomini e donne abbracciati, braccia alzate, cartelloni scritti con un pennarello che hanno aiutato a parlare la musica. Elisa è questo, sa raccontare l’amore ma anche i valori più universali, in una maniera tanto semplice quanto efficace, con un quartetto d’archi alle spalle, un microfono e uno schermo con cui giocare. A volte i testi dei brani meno noti, da leggere avvolti nell’atmosfera, altre volte immagini tratte dalla sua vita quotidiana, video da conservare per ricordo, altre volte ancora facce note, come l’ambientalista Greta Thumberg, o l’ologramma di Carl Brave a duettare con lei. Per tutto il concerto quel palco è stato magico. Un punto di incontro dell’arte in tutte le sue forme. Ed Elisa è stata perfetta a trasmetterla. Un’anima da palcoscenico, un’anima da cantante, che chiacchiera poco ma parla con la musica, un’anima piena di gratitudine e di talento, che ha addosso più di vent’anni di carriera, esperienze, dischi, concerti, ma come il primo giorno continua a dare tutta sé stessa. Tutti mi dicevano che la sua voce sarebbe stata incredibile. Già, come negarlo. Una voce che da sola riempirebbe il palazzetto, senza strumenti attorno, senza gli applausi del pubblico o i cori. Una voce che attraversa le note, e ogni volta rende la canzone diversa. Una voce che si accompagna a tutti gli strumenti, a tutti i generi, e non trema mai. Una voce dal timbro unico, che si adatta all’italiano come all’inglese , e non la fa mai sembrare come due cantanti in un corpo solo. Elisa è Elisa, sempre. Anche nel suo modo buffo di ringraziare, inchinarsi al pubblico e salutare. E’ stato un concerto bellissimo, in cui ho cantato ma ho anche ascoltato in silenzio, incantata dall’averla così vicina e di poterla sentire come se fosse accanto a me. E pensare che solo pochi giorni prima sono uscite le classifiche del 2019, e proprio Elisa è risultata l’artista italiana più ascoltata su Spotify. Mi sono sentita orgogliosa, perché non sono tanti i ragazzi di vent’anni che la conoscono, e che in quel lunedì sera erano sotto quel palco ad ascoltare. Eppure c’erano. C’erano ragazzi e famiglie, coppie e gruppi di amici, tutti insieme stretti nell’Arena e uniti dalla magia della musica.

Grazie ad Elisa, e al mio coraggio per aver finalmente assecondato quel sogno che mi portavo dietro. Del resto non è un caso se Gli ostacoli del cuore è stata la prima canzone che ho imparato a suonare, canticchiando, con la chitarra…

Cesare Cremonini in concerto a Bologna (2018)

Il nostro e nostrano Cesare ha suonato allo stadio a inizio estate, ed ora è tornato per noi a Bologna, con tre date nel palazzetto dell’Unipol Arena. Ho perso la prima occasione, non potevo farmi sfuggire anche la seconda. Che dire di Cremonini, ex cantante dei Lunapop, autore dei propri brani e simbolo di una Bologna in musica in giro per i colli bolognesi, se hai una vespa special che ti toglie i problemi! Cremonini sa scrivere e sa cantare, sa intrattenere e farsi acclamare. Ha lavorato per arrivare dov’è adesso, ha costruito la propria strada anche con qualche fallimento, qualche album poco venduto, qualche singolo presto scomparso. Ma oggi lo conosce l’Italia, e a riempire il palazzetto c’era una folla eterogenea che ha cantato in coro con lui. Un fenomeno da palcoscenico come pochi sanno essere, disinvolto, con l’energia di un ragazzino e le giacche impanate di paillettes. Quando mi hanno proposto di andare al suo concerto, alla terza di tre date, non ho esitato un solo istante: andiamo. Non sapevo di desiderarlo finché non mi è stato dimostrato quanto sia amato, perfino dall’Umbria e dalla Calabria, da due amiche dell’ambiente universitario che mi hanno di fatto convinta a comprare il biglietto. Il 29 di novembre sembrava non arrivare mai. Non uno spettacolo sold out, ma forse bellissimo anche per questo. Sono state due ore e mezza di musica e magia, in piedi a qualche fila dal palco, a guardarlo negli spiragli tra una testa e l’altra, a sentirlo vicinissimo come non lo era mai stato, a cantare a squarciagola i ritornelli più famosi e le strofe meno conosciute, ad ammirare le coreografie da ragazzino e i coriandoli che piovevano dal cielo. Ho ballato, cantato, gridato, applaudito, riso, abbracciato. Non ho fatto video né foto, ho affidato il mio cellulare ad un amico più alto di me, che mi ha regalato una buona mezz’ora di riprese e ricordi. Mi sono goduta con tutta l’anima quelle due ore e mezzo di concerto volate via come aria. Perché poi aspettiamo per mesi quella serata, accarezzando il biglietto d’ingresso per controllare che non sparisca, sognando di comprare la fascia e appenderla in camera, ripassando i testi per essere sicuri di non sbagliare, e poi? Quella serata passa così, come un bel sogno. Cesare Cremonini è stato bravissimo, non smetterò mai di ripeterlo. Del resto non mi dimentico canzoni come “Kashmir Kashmir” o “Nessuno vuole essere Robin”, solo un ascolto attento ti fa percepire quanto attuali siano, quanto forti e dirette possano arrivare al cuore. Cremonini parla di amore, di vita, del mondo, di morale, e lo fa al pianoforte, alla chitarra, o su una base ballabile molto più pop, lo fa in mille generi e stili diversi, ma sempre con il suo marchio di fabbrica che è la voce e l’emozione per quello che fa. Lo percepisci. Al concerto si è divertito, forse anche più di noi. E credo che al di là di tutto, questo sia ciò che rende un concerto un po’ più memorabile. Quando un cantante salta e canta insieme al suo pubblico, quando riesce ad unire generazioni talmente diverse e lontane, giovani e ragazzi, amici e innamorati, quando fa ballare anche i tronchi di legno come me, o cantare gli stonati, ecco, è allora che il cantante ha vinto davvero. Bastano due ore e mezza di concerto purissimo, con qualche intermezzo comico e un applauso al bassista appena diventato padre, e poi musica, musica, solo musica. I più grandi successi del passato e una buona metà del suo ultimo albu:, è stato un percorso attraverso gli anni dei Lunapop e poi del solo Cesare Cremonini, una canzone dopo l’altra, dalle più alle meno note. E’ stato magico. Certo, due o tre non le conoscevo nemmeno, e fino a pochi mesi fa non ero che una disattenta ascoltatrice del cantante bolognese d’oc. Ma un concerto ti apre gli occhi, le orecchie, il cuore, capisci quanto lavoro ci sia dietro un album in studio e dietro al mestiere di cantante, che deve farsi ascoltare e che vorrebbe diffondere al meglio i propri ideali, capisci quanto importante sia quel mestiere per l’artista e quanto sia contento di donarsi alle persone, completamente. Ho comprato la fascia del concerto, e l’ho appesa in camera accanto a quella degli Imagine dragons. Il 2018 mi ha regalato concerti per me indimenticabili.

Ricordo quando per caso mi passò accanto Cesare Cremonini in auto, una sera in centro a Bologna. Se capitasse domani, penso che rimarrei con il sogno di vederlo scendere e firmarmi un autografo.

Possibili scenari si contendono le nostre vite

Mentre noi le stiamo lì a guardare

[…]

E poi succede che ci sentiamo bene senza nessun perché

La gente si spaventa quando è in metro con te

Più li guardi e più ti sembrano pazzi

E’ vero che hai imparato le canzoni di Pharrell

Tutto sommato fai una vita normale

Ma tutte le ragazze qui, ti vedono così

Come un mezzo criminale, una spia mediorientale

E anche quando poi saremo stanchi

Troveremo il modo per

Navigare nel buio

Che tanto è facile

Abbandonarsi alle onde

Che si infrangono su di noi

Sai quanta gente ci vive coi cani

E ci parla come agli esseri umani

Intanto i giorni che passano accanto li vedi partire come treni

Che non hanno i binari, ma ali di carta

E quanti inutili scemi, per strada o su Facebook

Che si credono geni ma parlano a caso

[…]

Ti sei accorta anche tu che siamo tutti più soli?

Tutti col numero dieci sulla schema, e poi sbagliamo i rigori

Ti sei accorta anche tu che in questo mondo di eroi nessuno vuole essere Robin?

Il concerto di Ghali (2018)

Che musica ascolti? Un po’ di tutto

Non è vero. Non si può ascoltare tutto, e nemmeno tutto alla stessa maniera. Sono una musicomaniaca, conio per l’occasione questo termine privo di senso, perché se potessi ascolterei musica anche di notte. Ho una curiosità profonda di scoprire nuovi artisti, nuovi per me, ma che possono essere già morti e sepolti da decenni, o dover ancora nascere. È una curiosità a trecentosessanta gradi, che spazia dai vinili degli anni settanta e ottanta al pop commerciale degli anni duemila, dai gruppi rock ai chitarristi acustici, dal country alle hit internazionali. È una curiosità che mi fa fare follie, come comprare il biglietto per il concerto di Ghali a Bologna. Una follia. Non conoscevo che una canzone, “Cara Italia”, perché ha spopolato in ogni radio per mesi interi, e non c’è stato giorno in cui io non abbia maledetto la trap o gli pseudo cantanti con l’autotune. Ma curiosità vuole che io compri il biglietto a trenta euro, e ci vada pure. Il palazzetto è colmo di ragazzini e ragazzine, bambini e bambine, alcuni ancora in età elementare, con le fasce colorate legate in testa e i cellulari alla mano. Sono scimmie impazzite, che si arrampicano sulle transenne alla faccia delle guardie della sicurezza, che urlano con tutto il fiato che hanno, che saltano fino a raggiungere i due metri e mezzo sopra la massa. Bambini e ragazzini sono accompagnati rigorosamente dai genitori, madri e padri pesci fuor d’acqua, in disparte negli angoli, forse a chiedersi che cosa sia la musica di questo strano millennio. Perché i loro figli gridano a squarciagola ogni canzone, sanno a memoria strofe e ritornelli, danzano sensualmente, in barba all’età anagrafica che non significa più niente. A undici anni vanno fieri di applaudire un trapper come Ghali, di cantare insieme a lui Cazzo me ne!, Marijuana!, Quest’erba buona non è un optional! Preferisco i money alla faiga! Io a undici anni sono andata con mia madre al concerto de Il Mondo di Patty, tutto rosa e fiorellini, con le coreografie da musical, gli attori sul palco al naturale, e comunque una profondità dei testi nettamente superiore. La mia curiosità é stata colmata, al concerto di Ghali. O forse ha semplicemente aperto una voragine di interrogativi deprimenti. Le nuove generazioni stanno davvero crescendo con questi ideali? Con questa musica? Con questa mancanza di cultura vera? I loro genitori acconsentono, incrociando le braccia davanti all’orizzonte limitato che i figli mostrano di avere? Non dicono niente, nemmeno se quei figli urlano in un palazzetto parolacce o nomi di droghe? Mi sento vecchia, quando mi lascio andare a certi discorsi. Mi sento una nonna di ottant’anni, che scuote sconsolata la testa guardando il futuro del proprio paese in mano a dei babbei. Avrò qualche anno in più di quei bambini, ma durante il concerto avrei voluto prenderli e portarli via, salvarli da questa deriva, dare loro la possibilità di capire quello che la musica può dare. Ghali è stato divertente. Due orette scarse di ritmo ballabile, con le immagini della guerra in Siria, della povertà o di Berlusconi proiettate sullo schermo, perché nei testi qualche barra portatrice sana di bei messaggi c’è. Tolleranza, libertà, diritti umani, è tutto giusto. Ma c’è un problema, perché il tutto giusto è totalmente oscurato dalla valanga di parole alla rinfusa, dai termini di moda che fanno scalare le classifiche, perché canticchiare Cazzo me ne fa bene allo spirito, ma a dieci anni cazzo me ne di cosa? Dei cartoni animati? Quel poco di buono che esiste nei testi non verrà compreso, non da loro. Io, che sono curiosa, do un senso alla serata cercando un pregio nel trapper del momento. Trovato: non si è incollato alla faccia gli occhiali da sole da spacciatore. Ed è paradossalmente umile, senza i catenacci dorati appesi al collo e pretese d’essere il nuovo De André.

Sono una vecchia acida e monotona, ma in questo genere di musica non trovo quasi niente che meriti di essere salvato. Sì, certo, ci sono i messaggi positivi, di pace, la critica dura al razzismo e alla discriminazione, il continuo rimando al suo essersi costruito da solo, partendo dalla strada. Ma è soltanto un pezzo di una farcitura a più piani, e ciò che salta all’occhio è la mancanza di un nesso logico, o di un impegno sociale che vada oltre le due canzoni meglio scritte. Mi salta all’occhio la responsabilità che personaggi come Ghali hanno, perché muovono masse di ragazzini ancora giovani, che devono ancora scoprire il mondo descritto dal trapper, e che vengono iniziati alle lotte sociali e allo sballo troppo presto. Ma forse sono una vecchia acida, se penso che il messaggio di tolleranza, pace e accoglienza lo cantava anche John Lennon, con “Imagine”. E sapeva parlare al cuore.

Che musica ascolti? Un po’ di tutto tranne il trap

Imagine dragons experience – with Maneskin and The Vaccines (2018)

Milano, 6 settembre 2018. Area expo, accanto all’albero della vita, immerso in mezzo ai padiglioni dell’esposizione, c’è un prato. In fondo, un palco. Qui si è incendiato uno dei concerti più belli che io abbia visto: in effetti, ad essere sinceri, il secondo concerto che ho visto dalla mia nascita. Il primo è stato lo spettacolo per i terremotati dell’Emilia, allo stadio Dall’Ara di Bologna. Ma questo è stato scelto, desiderato, sperato, avevo già chiesto a tutte le persone che conoscevo, nessuno sembrava voler andare fino a Milano, spendere cento euro per qualche ora di musica e un pullman che ti ci porti. Poi ho incontrato per puro caso i desideri di un’amica, due troppo timide per proporci a vicenda di comprare subito i biglietti. Ma abbiamo rimediato, e il 6 di settembre siamo salite sul pullman di Eventinbus che ci ha scaricate nell’area del concerto. Passati i controlli di sicurezza, rinunciando al mio caricatore portatile che non poteva passare, e ai tappi delle bottiglie che abbiamo sostituito con quelli di scorta, nascosti nei vestiti, siamo entrate. Un chilometro di strada che attraversa i padiglioni vuoti dell’Expo 2015, e siamo giunte al prato già traboccante di gente, chi a giocare a carte, chi a mangiare, chi a prendere il sole, chi a immortalare la folla prima dell’evento. Il dj-set di R101 e le pubblicità dei prossimi grandi concerti hanno fatto attendere con ansia le 18.30, vero e proprio inizio dello spettacolo.

I The Vaccines si sono esibiti per quasi tre quarti d’ora, gruppo rock londinese a me sconosciuto fino a pochi mesi prima, carico e coinvolgente, potente come musica e come voce. Nonostante nessuno conoscesse i testi o cantasse insieme a loro, hanno saputo intrattenere la massa e farla ballare, anche solo con la testa, e questo merito va loro riconosciuto. Hanno goduto degli ultimi istanti di sole, mentre l’orizzonte si ingrigiva con enormi nuvoloni scuri e minacciosi di pioggia. E in effetti, non ha tardato ad arrivare. Dopo la loro uscita dal palco, i primi goccioloni mi hanno costretta a trangugiare il panino avanzato per coprirmi alla svelta con un k-way e con il suo cappuccio. Si è scatenato un diluvio universale che non è cessato fino alla fine del concerto, facendo ritardare il secondo gruppo in scaletta di una buona mezz’ora.

I Maneskin, fenomeno del momento, o forse del momento scorso. Arrivati secondi all’edizione 2017 di X Factor. Ancora in attesa di pubblicare il loro primo album di inediti. Di età compresa tra i diciassette e i diciannove anni. Bruciano il palco. Nonostante i difetti dell’essere ancora giovani, ancora alle prime esperienze, ancora con qualche problema di fiato per il frontman Damiano. Eppure bruciano il palco, perché hanno un loro stile, una loro formazione che funziona, un loro ritmo che travolge, una voce graffiante che forse non è gran che, ma colpisce duro. Non sono impeccabili, ma la loro presenza si sente e si vede, il pubblico canta insieme a loro, il frontman si toglie la maglietta rimanendo a torso nudo, sotto una pioggia battente che non dà tregua. Escono tutti bagnati, ma la loro parte l’hanno fatta. E bene.

Gli Imagine dragons. I veri protagonisti della serata. Il gruppo rock statunitense che approda in Italia per quest’unica data, quella di Milano. Il gruppo autore di versi quali

When you feel the heat

Look into my eyes

It’s where my demons hide

(Demons)

It’s time to begin, isn’t it?

I get a little big bigger, but then I’ll admit

I’m just the same as I was

Now don’t you understand

I’m never changing who I am

(It’s time)

Everybody waiting for the fall of man

Everybody praying for the end of times

Everybody hoping they could be the one

I was born to run, I was born for this

(Whatever it takes)

If you love somebody

Better tell them while they’re here ‘cause

They just may run away from you

(On top of the world)

Lo descrivo come un concerto bellissimo, perché sotto un diluvio incessante si sono riunite 60 mila persone, genitori, ragazzi, bambini, adulti, avvolti negli impermeabili, nei sacchetti di plastica, nelle felpe impregnate d’acqua, incuranti del freddo o delle goccioline giù per la schiena. 60 mila persone hanno cantato con loro, hanno battuto le mani, hanno ballato, hanno gridato per loro. 60 mila persone hanno goduto di un’ora e mezza di concerto senza interruzioni, splendido, con una qualità della musica e della voce pari alle versioni registrate in studio. Dan Reynolds ha cantato a torso nudo bagnato di pioggia, mettendoci tutta l’emozione che un live permette di percepire, giungendo fino in fondo al parterre e fino ai padiglioni riparati dal temporale, dove qualcuno si è sistemato per asciugarsi. E’ stato forte, penetrante, in un modo di cui non ti accorgi mai sul momento. Sul momento non ci pensi due volte, canti a squarciagola, anche se sei stonata, anche se non hai quasi più voce, anche se fa freddo e hai la faccia bagnata, canti e balli alzando le braccia al cielo, con la musica che rimbalza nei muscoli dandogli vigore dopo ore trascorse in piedi. Sul momento ti diverti, fai qualche video, ma poi il cellulare si bagna, non si riesce a cantare bene, non ci si muove bene, e allora lo si mette via, lasciando che lo spettacolo rimanga impresso nei ricordi. C’è chi filma tutto il concerto, io il concerto lo vivo. Poi, quando sono in pullman immersa nel buio, mi rendo conto. Mi rendo conto della bellezza a cui ho assistito, di come la musica sia in grado di unire davvero 60 mila persone in uno stesso prato, rispettando anche chi spinge o chi blocca la visuale, lasciando passare chi è più basso o quella mamma che ha portato il figlio al suo primo concerto. Mi rendo conto che quelle canzoni le sapevo tutte, che mi sono divertita come mai prima d’ora, che sarei potuta rimanere un’altra ora e mezza, anche sotto la grandine, perché quando sei nel posto che ti fa stare bene sei disposto a tutto. Mi rendo conto che aver cantato insieme ad uno dei miei artisti preferiti, insieme ad altre 60 mila persone, con i giochi di luci e i coriandoli, con la musica che ti faceva scatenare, è stato quello di cui avevo bisogno. Talmente bello che le brevi riprese che ho fatto con il cellulare bagnato, mi riportano là. Mi fanno sentire di nuovo la voce di Dan Reynolds e la batteria, le chitarre, le tastiere, come se stessero suonando dietro di me. Mi fanno riprovare quella stessa emozione, quella che ti fa essere orgogliosa di poter dire: io c’ero. Perché effettivamente un concerto ti lascia sempre qualcosa. Che sia una fascia appesa all’armadio, un poster, un video, un autografo, un ricordo. E’ stato il mio primo vero concerto, con un’amica a me vicina, un concerto a cui pensavo di non poter andare e che invece mi ha dato tante gioie che non pensavo di ricevere. Un’ora e mezza volata via, di buona musica e di unione. Di emozione. Cento euro, sì, ma spesi bene.

Questo è e resterà uno degli show più speciali mai suonati fin’ora. Il nostro tour è quasi finito, ma questa data non possiamo dimenticarla. Suonare qui, sotto la pioggia, davanti a 60 mila persone è speciale. Vi amiamo e non riesco ad esprimere a parole cosa rappresenta per noi tutto questo“, grida Dan Reynolds nel mezzo dello spettacolo.

E prima di cominciare Demons, un intermezzo di musica e immagini fa da sfondo al suo messaggio più profondo: “Bisogna parlare apertamente riguardo la depressione, l’ansia, i terapisti. Molti anni fa ho combattuto contro la depressione, mi sono seduto con un terapista e questo non mi ha reso un debole. Qui stasera ci sono molte persone che combattono contro la depressione, contro l’ansia e si tengono tutto dentro: non fatelo! Parlatene con i vostri amici, con la vostra famiglia, rivolgetevi ad un terapista. La vostra vita vale sempre la pena di essere vissuta, sempre!

Video caricati sul mio personale canale youtube, per la pura volontà di non riempire la memoria del mio account WordPress. La metà sono inoltre presi in prestito dalla mia amica.

Amy, sua figlia (2018)

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Amy, dopo aver chiuso l’ultima pagina del libro sulla tua vita, mi sembra quasi di conoscerti davvero. Lo ha scritto tuo padre, lo sapevi? Lui ti amava, mi sembra impossibile pensare il contrario. Ha scritto un libro su di te, con le sue semplici parole di tassista, nonostante il documentario di Asif Kapadia lo abbia messo in cattiva luce, nonostante abbia ricevuto negli anni tante accuse. C’è chi crede che la tua morte sia stata un poco anche colpa sua. Mi è così difficile decidere a chi credere… Hai lasciato qui una discussione complessa. Ho letto questo libro per poter comprendere, perché dalle parole di tuo padre emerge un amore incondizionato, un’ammirazione ed un orgoglio immensi per te, e una sofferenza acuta per la tua assenza, e per il vuoto incolmabile che tu hai lasciato. Tutto insieme. Fa male, perché racconta quella tua vita che le prime pagine dei giornali hanno distorto, buttandoti come un animale sulle bocche delle masse ingorde, mentre tu eri quella persona che ha pagato le cure di un uomo che non poteva permettersele, quella che ha noleggiato i cavalli a sue spese per i bambini di Santa Lucia, quella che ha donato i soldi che aveva in borsa ad una ragazza disabile, tu eri così, generosa con tutti, buona come una bambina, dolce ed un diamante fragile. Tuo padre era così fiero di te, in quei momenti. E quello che ferisce di più, é ritrovarsi a metà del libro in mezzo ad un elenco di cliniche, di dottori, di farmaci, di tentativi disperati di aiutarti e tuoi continui cedimenti, prima con le droghe e poi con l’alcol. Ci eri riuscita. Maledizione, Amy! Ci eri quasi riuscita. Non assumevi droghe da tre anni, avevi divorziato da Blake, l’uomo che ti aveva rovinato la vita, parlavi già di matrimonio con Reg, l’uomo che ti aveva aiutata a rinascere. Poi è finito tutto. Ho letto la storia della tua breve vita, lontano dai riflettori e dalle influenze mediatiche, lontano dalle false notizie e dalle ingiurie, da chi ti chiamava Amy Wino e chi si travestiva da te per carnevale. E mi sono commossa, perché noi non ce siamo quasi resi conto, ma tu eri una persona vera. Una persona che piangeva quando sentiva suo padre cantare, perché per te era il migliore di tutti, una persona che non ha mai smesso di credere che gli altri potessero cambiare, perché avevi un grande cuore, una persona che soffriva di ansia da palcoscenico, ma senza dirlo a nessuno. Tuo padre ha cercato di aiutarti, di starti accanto quando stavi male, di ripulirti quando non riuscivi a farlo da sola, di parlarti quando non volevi sentire, di farti felice quando eri triste, di stare con te quando ti sentivi sola. Forse ha commesso degli errori, forse a volte ha preferito trattarti da donna adulta, quando ciò di cui avevi bisogno era il padre di una bambina indifesa. Forse tutti hanno qualche colpa, e nessuno può dire di chi sia quella più grande. Ma tu gli manchi. Sai, nel libro parla molto di te, di quando ti portava a mangiare fuori, di quando ascoltava i tuoi dischi, di quando cantava con te, di quando ti raccontava dei nonni, di quando avete riso insieme. Ne parla come se tutto fosse successo proprio ieri, ed io sento come se tu te ne sia andata da poche ore. Assurdo, vero? È che hai lasciato il segno. Non so come sia possibile, sarà che la tua voce era inconfondibile, piena di tutte quelle emozioni che solo i tuoi occhi riuscivano ad esprimere, sarà che i tuoi brani parlano ancora di te, e di quella vita troppo breve che doveva ancora sbocciare. Avevi un dono, quello di riuscire a mettere insieme tanti tasselli della tua vita, e a cantarli come se fossero poesia, nonostante ti facessero male, nonostante fossero momenti oscuri che avresti voluto dimenticare. Tanta gente ti ama, e ti amerà sempre. Io ti ho scoperta per caso e troppo tardi, non mi sarà mai concesso un tuo autografo o un tuo concerto, così ho letto il libro che tuo padre ha scritto su di te, e per un attimo, per quei dieci secondi dopo aver chiuso l’ultima pagina, mi è sembrato di essere stata al tuo fianco ventisett’anni. È stato come leggere la storia di una persona qualunque, con i problemi di una persona qualunque, le paure di una persona qualunque, ed un padre preoccupato di poter perdere la sua bambina. È stato come leggere un lungo ricordo. Tuo padre è stato bravo, non è uno scrittore, ma in quelle pagine ti ha dipinta con una dolcezza disarmante. Si è ricordato tanti dettagli di te, come quando lo hai mandato a comprarti le mutandine, quando ti sei svegliata in ospedale e gli hai domandato se avesse voglia di pollo fritto, o quando gli hai chiesto, ubriaca, di farti le coccole. Gli hai dato tanto a cui pensare, senza dormire la notte. Blake, le droghe pesanti, l’alcol, i problemi alimentari, l’autolesionismo, era tutto su di te, su di una persona sola, e sembra quasi un’ironia che tu sia morta proprio quando tutto lo schifo sembrava sparire. Meritavi una vita migliore, ma tutti hanno una percentuale di responsabilità sulla propria felicità. È solo che… Tu eri un’artista eccezionale, una donna che sapeva davvero emozionare con la musica, ed anche se è inutile arrabbiarsi, piangere, o cercare un colpevole da punire all’infinito, è più dura senza di te. Ci credi? Lo sappiamo che ti sei impegnata, che hai dato tutta te stessa per cambiare la tua vita, che la gente spesso non lo capiva, e giudicava senza conoscere le realtà dei fatti, speculava con le fotografie rubate o le interviste mal interpretate. Ma se ancora oggi c’è chi ascolta la tua musica, chi ti cerca attraverso le vecchie immagini, chi ti vuole bene come se un giorno dovessi tornare, io credo che la tua vita abbia avuto un senso. Sono stati solo ventisette anni, e sono pochi per tutti. Eri un bene prezioso, ed é difficile imparare ad andare avanti senza di te. Per tutti. Tuo padre si è dedicato alla fondazione che porta il tuo nome, e che si occupa dei ragazzi con problemi di tossicodipendenza. Sai, credo che saresti fiera di lui, come lo eri quando saliva sul palco e cantava davanti a te. Lui ti sente, dice che ci sei ancora, accanto a lui.

Avevo pregato mia madre affinché Amy mi desse un segno, solo un piccolo segno, e sentii che queste preghiere erano state esaudite. Capita spesso, mi chiesi, che una farfalla entri in una sala affollata? E si vede spesso un merlo che saltella in una sala piena di gente e continua a tornarvi? E si sono mai visti un uccellino e una farfalla ballare insieme? È normale che una farfalla tenga il nostro passo mentre camminiamo e si ferma quando noi ci fermiamo?

Tu eri quel merlo, quella farfalla, quel segno della tua presenza nel mondo che non potrà mai svanire. E se non ho avuto modo di conoscerti, di ascoltarti dal vivo, di chiederti umilmente un autografo, oggi ho letto la storia della tua vita scritta dal pugno di tuo padre. E mi sono commossa.

Il 23 luglio 2011 Camden Town, Londra, l’Inghilterra, il mondo ha perso una stella. Ma quella stella brilla ancora, nei cuori di chi la vuole ascoltare.

La vita è breve ed io ho fatto un sacco di errori. Ho avuto spesso un atteggiamento distruttivo. Facevo una cosa sbagliata dietro l’altra. Ho sempre detto che non sono una che si pente di quello che fa, che non chiede mai scusa e non si sente mai in colpa, ma in realtà mi sento in colpa per quello che ho fatto. Credo tuttavia che le cose succedano sempre per una ragione ben precisa.

(Amy)

Canzone del giorno: Wind of change – Scorpions

1989. Gli Scorpions, rock band tedesca, hanno appena concluso un tour comprensivo di dieci date a Leningrado, Unione Sovietica. Il successo ottenuto induce le autorità sovietiche a organizzare con la band un festival, per celebrare la caduta del regime comunista nel paese: il Moscow Music Peace Festival, dove gli Scorpions condivisero il palco con Bon Jovi, Ozzy Osbourne, e molteplici altri. Fu proprio durante questo soggiorno in Russia che nacque “Wind of change”, probabilmente il brano simbolo di tutta la discografia degli Scorpions, e uno tra i brani più rappresentativi degli anni della Guerra Fredda. Celebra i cambiamenti politici in atto a quei tempi nell’Europa dell’Est, i primi segnali di libertà nel blocco comunista, anche se, a detta di Klaus Meine, il testo è stato scritto prima della caduta del muro di Berlino. Non mancano i riferimenti alla città di Mosca, al fiume che la attraversa, il Moskva, e al parco divertimenti Gorky Park, che si possono cogliere solo sapendo il reale significato della canzone. Ma di certo non sfugge l’inno alla libertà che sta alla base di tutto l’impianto narrativo, e la fiducia che viene riposta nel futuro, in quel “vento del cambiamento” che porterà tempi migliori. “Portami alla magia del momento, in una notte di gloria, dove i bambini di domani condividono i loro sogni con te e con me”, mi ha sempre emozionata questa immagine, un riferimento alla purezza dei bambini, che aspettano solo di potersi confidare, e iniziare a inseguire i propri sogni in un mondo nuovo. Qui gli Scorpions si allontanano dalle sonorità più dure che li contraddistinguono, e rendono la canzone – mi perdonerà chi è più competente in materia – quasi una ballata, che esplode nel ritornello come un grido di gioia e di speranza potentissimo.

I follow the Moskva
Down to Gorky Park
Listening to the wind of change
An August summer night
Soldiers passing by
Listening to the wind of change

The world is closing in
Did you ever think
That we could be so close, like brothers

The future’s in the air
I can feel it everywhere
Blowing with the wind of change

Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
in the wind of change

Walking down the street
Distant memories
Are buried in the past forever
I follow the Moskva
Down to Gorky Park
Listening to the wind of change

Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow share their dreams
With you and me

Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
in the wind of change

The wind of change
Blows straight into the face of time
Like a stormwind that will ring the freedom bell
For peace of mind
Let your balalaika sing
What my guitar wants to say

Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow share their dreams
With you and me
Take me to the magic of the moment
On a glory night
Where the children of tomorrow dream away
in the wind of change

Traduzione:

Seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento
una estiva notte d’agosto
i soldati passano oltre
ascoltando il vento del cambiamento

Il mondo è vicino
avresti mai pensato
che noi potessimo essere così vicini, come fratelli?

il futuro è nell’aria
lo posso sentire ovunque
soffiare con il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte gloriosa
dove i bambini di domani sognano
nel vento del cambiamento

Camminando per la strada
ricordi lontani
sono sepolti nel passato per sempre
seguo la Moskva
giù al Gorky Park
ascoltando il vento del cambiamento

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Il vento del cambiamento
soffia diritto in faccia al tempo
come un tempesta che suonerà la campana della libertà
per la pace della mente
lascia cantare la tua balalaika
ciò che la mia chitarra vuole dire

Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
con te e con me
Portami alla magia del momento
in una notte di gloria
dove i bambini di domani condividono i loro sogni
nel vento del cambiamento

Seveso casino palace (2019)

Immaginate cinque ragazzi giovanissimi di Milano, che nel 2013 fondano una band e la chiamano Seveso Casino Palace, un nome a caso nato dopo l’esondazione del fiume Seveso. Gianluca alla chitarra, Salvatore al basso, Alessandro alla batteria, Fabiana alla tastiera, Silvia voce e frontman del gruppo. Una formazione standard, e vi starete chiedendo: quindi? Questi cinque ragazzi sono perfettamente integrati l’uno con l’altro, hanno un’identità artistica definita, che non è cosa da poco per la loro età, hanno le idee chiare sul proprio futuro e su quello che vogliono fare. Hanno fatto e stanno facendo la loro gavetta, crescendo pian piano e imparando, sperimentando, delineando un proprio stile sempre più definito. Quando è nato questo progetto Silvia era ancora alle superiori, e la loro prima esperienza  è stata al Liceo Artistico Boccioni, nella propria città. Un po’ come nei film degli artisti che ce l’hanno fatta, sono partiti da dove sono nati e cresciuti, con un pubblico di amici e compagni di scuola, inesperti su come tenere un concerto o come scrivere un brano inedito. Ma il 2015 cambia le cose, e li traghetta in una realtà più grande e più importante di quella a cui si erano abituati. Partecipano a Emergenza Festival, arrivano fino alla finale, suonano all’Alcatraz di Milano e si classificano terzi. Nello stesso anno li troviamo anche all’Expo, al padiglione Huiywan, con un’esibizione in versione acustica davanti al grande pubblico. Sono esperienze che fanno crescere tanto, è un salto nel vuoto, perché sotto quei palchi non ci sono più soltanto amici e parenti ma volti che i Seveso casino palace non sanno neanche chi siano. Fa parte della classica e tanto agognata gavetta, che la Warner aveva riconosciuto in loro, ma mancava allora un altro passo importante: gli inediti. “In four and for hate” esce il primo ottobre del 2016, seguito da “Arena’s gate”, “Old digger” e “K.C.”. Tutti in inglese, con un sound abbastanza vicino all’Hair Rock degli anni Ottanta, ma duro, impattante, quasi d’effetto. La voce graffiata di Silvia si mescola perfettamente con gli strumenti, riesce a dare quel tocco caratteristico in più, quello che se lo senti potresti scommettere di averlo riconosciuto. Eppure, fino a quel momento, erano ancora una band di Milano in lotta per farsi conoscere. L’occasione si presenta ancora una volta nel talent show di X factor, giunto alla dodicesima edizione. Suscitano clamore quando portano sul palco una cover di un brano trap, totalmente stravolto, in chiave quasi metal, perché un testo che per molti non aveva alcun significato sembra improvvisamente prendere forma, avere un suo senso, una sua dignità. Sul grande palco dei live non brillano, complice il contesto televisivo e il meccanismo di gara, ma quello che riescono ad ottenere è il giusto grado di attenzione mediatica che permette loro di uscire a testa alta, organizzare piccoli tour nei club di paese, farsi conoscere sui social. Non sono artisti che hanno fretta di emergere, anzi. Sono ragazzi intelligenti, musicisti efficaci, sanno che l’onda d’urto di un talent show va gestita con calma, con la testa sulle spalle, e loro ci riescono perfettamente. E’ vero, non sono una band di rilievo del panorama italiano. Ma lavorano sodo, studiano, non hanno paura di osare e nemmeno di fermarsi a riflettere, scrivono e arrangiano i propri brani, e lo fanno con cura, con pazienza. Ci hanno messo un anno per far uscire il singolo dopo l’esperienza di X factor. “Finta di niente”, il primo in italiano. Forse potrebbe addirittura spiazzare, perché sembravano proiettati ad un percorso da rockband inglese. Ma lo stile non è cambiato, hanno solo dimostrato di saper sorprendere, spaziando tra i generi, e azzardando un rock che oggigiorno difficilmente si ha il coraggio di approcciare.

Piccola chiosa finale, condivido un estratto di un’intervista fatta alla band dopo la loro uscita dal talent. Affermazioni che condivido molto, e che dimostrano una maturità artistica rara tra i giovani.

Con l’avvento del digitale è chiaramente cambiato il modo di fruire la musica, a cominciare dallo streaming. Potendo ascoltare tutta la musica con una piccola quota mensile si ha la possibilità di espandere i propri orizzonti musicali comodamente da casa, ma poter ascoltare tutto spesso può voler dire non ascoltare nulla, o quanto meno non farlo con attenzione.

Un altro aspetto da evidenziare, nell’industria musicale, è che l’avvento del digitale ha accelerato i ritmi di produzione e di pubblicazione della musica. Questo, da un lato può essere stressante per l’artista, che si vede costretto a creare nuovo materiale in continuazione, dall’altro porta di nuovo a un ascolto superficiale, in quanto l’ascoltatore è bombardato continuamente di nuova musica.

Senza contare che ormai, con lo streaming, ogni pubblicazione è un disco d’oro.

Un’altra riflessione interessante è che, con l’atto dell’abbonarsi a una piattaforma come Spotify, l’utente non è più posto di fronte a una scelta ma sceglie tutta la musica, non essendo di fatto più costretto a compiere una scelta come quella di comprare una copia fisica di un CD.

Link per gli interessati:

Seveso Casino Palace – Canale Youtube

Seveso Casino Palace su Spotify

Seveso Casino Palace Instagram Account

Canzone del giorno: The Venice canals – Passenger

Sono state scritte tante canzoni in questi mesi, canzoni piene di dolore e di speranza, canzoni che sono come uno specchio delle nostre anime, così confuse ma piene di vita. Sono stati scritti dei piccoli capolavori, che verranno presto dimenticati non appena il mondo tornerà a girare. Passenger ha pubblicato addirittura un album, “Patchwork”, la composizione di stoffa. Una metafora che in pochi, forse, sono riusciti a cogliere. E’ l’unione di popoli diversi, come diversi pezzi di tessuto cuciti assieme, obbligati a convivere, a sostenersi, ad aiutarsi l’un l’altro, come membri della stessa famiglia. Otto brani che Passenger quasi sussurra, senza avere il coraggio di rompere del tutto il silenzio di cristallo, e con quella delicatezza ci scava dentro, aiutandoci a capire, indicandoci la via del coraggio. “The Venice canals” è un brano triste, il racconto di un mondo in pezzi, ma visto con gli occhi di chi crede nella felicità. “Non fraintendetemi, questa non è una canzone felice, e non c’è niente a cui puoi aggrapparti per ora, ma quando ti senti giù, mia cara, basta sapere che l’acqua è cristallina, e i pesci stanno nuotando nei canali di Venezia“. Basta pensare che in fondo la vita continua, in ogni angolo della Terra, e ogni respiro è un battito del cuore, un istante pieno di gioia, un batuffolo di speranza che scivola nell’aria, come polline a primavera, e sarà presto l’inizio di un giorno nuovo. Basta trovare la speranza, dentro di sé, o negli sguardi che la Natura ci ha rivolto da dietro le finestre. Io me lo ricordo. Ricordo gli alberi in fiore, gli animali correre nei prati, ricordo che ho visto in loro quella speranza, e i mesi più duri sono trascorsi così. Come un brutto sogno da cui presto ci sveglieremo. “Domani saremo più vicini, alla fine di tutto questo, di quanto lo siamo oggi“. Quante volte lo abbiamo detto? Quante volte lo abbiamo gridato alla finestra? Quante volte ci siamo costretti a crederci, perché abbiamo ancora fiducia nell’amore? In fondo, se esiste davvero una strada per costruire un mondo migliore, dev’essere per forza così. Fatta di gente che cammina insieme, che condivide i propri sogni, che si tiene per mano. Arriverà quel giorno, e chissà quanti altri errori commetteremo, quante altre guerre attraverseremo, chissà quanti di noi saranno ancora lì, a crederci come il primo giorno, perché arrendersi è troppo facile, e non sarebbe giusto. Io ci penso, a chi non ha mai smesso di lottare. Abbiamo esempi sotto i nostri occhi ogni minuto della nostra vita, eppure ci dimentichiamo di quanto sia semplice guardarsi attorno, fermarsi a pensare. Hanno dovuto chiuderci in casa perché alcuni di noi ci riuscissero. E se può essere utile, Passenger ce lo sussurra in una canzone, tanto che basta chiudere gli occhi e ascoltare.

I know there’s pain and suffering
You can feel the tension in the air
But they can see the stars shine in Beijing
And hear the birdsong in Times Square
I know you’re feeling insecure
From all this change that’s come to pass
But the sky is blue in Singapore
And they can smell the ocean in Belfast
Don’t get me wrong, this ain’t no happy song
There’s nothing you can hold onto for now
But when you’re feeling low, my dear
Just know the water’s crystal clear
And the fish are swimming in the Venice canals
Well, I know there’s heartbreak and sorrow
And I know there’s really nothing I can say
But we’ll be closer tomorrow
To the end of all of this than we are today
So watch the sunrise from your window
Hear the rainfall on the ground
Tell your loved ones that you love them
And miss the ones that aren’t around
Don’t get me wrong, this ain’t no happy song
There’s nothing you can hold onto for now
But when you’re feeling low, my dear
Just know the water’s crystal clear
And the fish are swimming in the Venice canals
Traduzione:

Beh, so che c’è dolore e sofferenza
Si sente la tensione nell’aria
Ma possono vedere le stelle brillare a Pechino
E sentire il canto degli uccelli a Times Square
Beh, so che ti senti insicuro
Da tutto questo cambiamento che si è verificato

Ma il cielo è blu a Singapore
E sentono l’odore dell’oceano a Belfast

Non fraintendetemi
Questa non è una canzone felice
E non c’è niente a cui puoi aggrapparti per ora

Ma quando ti senti giù, mia cara
Basta sapere che l’acqua è cristallina
E i pesci stanno nuotando nei canali di Venezia
Beh, so che c’è il cuore spezzato e il dolore

E so che non c’è davvero nulla che io possa dire
Domani saremo più vicini alla fine di tutto questo
Di quanto lo siamo oggi
Quindi guardate il tramonto dalla vostra finestra
Sentire la pioggia sul terreno
Dite ai vostri cari che li amate

E mancano quelli che non ci sono

E non fraintendetemi
Questa non è una canzone felice
E non c’è molto a cui aggrapparsi per ora
Ma quando ti senti giù, mia cara

Basta sapere che l’acqua è cristallina
E i pesci stanno nuotando nei canali di Venezia

Il country dei Lady Antebellum (2020)

Qualche anno fa, se mi avessero detto di ascoltare musica country, forse mi sarei immaginata qualche vecchio cowboy con banjo e mandolino nei ranch americani. Non so perché io avessi questa immagine in mente, sarà stata colpa degli stereotipi rappresentati nei film, o di una traduzione approssimativa della parola country che associavo subito alla campagna. Non pensavo certo che mi sarei appassionata ad un genere così lontano, inascoltato, a tatti incompreso. I Lady Antebellum nascono nel 2006 a Nashville, negli USA: Charles Kelley e Dave Haywood conoscono su MySpace Hilary Scott, e come in un semplice gioco di coincidenze si forma la band. Del gruppo country hanno tutto, sonorità, melodie, strumenti, un vestito perfetto che li avvolge, un’atmosfera che nasce dal primo accordo e che non svanisce alla fine della canzone. Le voci di Charles e Hilary si fondono insieme, in un dialogo che gioca sui contrasti, ed è proprio questo che ti cattura, la magia che nasce dall’aver unito due voci così diverse, la purezza femminile e il più duro tono maschile. I Lady Antebellum parlano di sentimenti. Niente di straordinario, di innovativo, nulla di mai sentito o mai scritto. Ma lo fanno con la semplicità dei discorsi tra amici. Poche figure retoriche e qualche cliché, eppure è così efficace… Ti trasportano nel loro mondo, quello fatto di musica incalzante, di chitarre acustiche e di ballate, quello che non ti stanca mai, perché è capace di raccontarsi in mille sfumature, e quello che ti stupisce, perché non te lo aspetteresti mai. Non ti aspetteresti che qualcuno sappia parlare d’amore in quel modo, e senza sembrare banale. Forse perché in fondo è un po’ anche la nostra lingua, sognante e irrequieta, che per dire le cose usa frasi brevi e parole comuni, e in quelle canzoni si riconosce, come fosse uno specchio, perché non ci sono filtri tra testo e cuore. Musica fatta di emozioni semplici, spiegate con versi semplici. I Lady Antebellum sono bravi in questo. E non sarò certo una critica musicale, anzi, sono quanto di più diverso ci possa essere. Ma da quando li ho scoperti, per puro caso, le loro canzoni mi accompagnano quasi quotidianamente. Mi fanno viaggiare, mentre cammino all’aria aperta o quando sdraiata sul letto chiudo gli occhi, mi fanno sognare come se fossi in un film, e attorno a me stessero montando la scena. E mi fanno anche riflettere, perché di sentimenti e di cuore io ne so pochissimo. Ma cosa c’è di male nel farselo raccontare?

Se mi chiedessero un artista sottovalutato, o sconosciuto in Italia, probabilmente citerei loro: i Lady Antebellum. Una band di musica country che andrebbe ascoltata prima di essere giudicata. E questo vale per tutti, ma a volte i pregiudizi sono duri da abbattere, i generi musicali possono fare paura, perché sono considerati strani, o peggio, vecchi. Un po’ lo capisco, ci sono le mode, le radio, l’ostacolo della lingua inglese, le canzoni di cui non ci interessa il significato. Ma ogni tanto va bene uscire dagli schemi, e scoprire che esiste ancora chi fa musica per il piacere di farlo, senza piegarsi a chi dice che il country non lo ascolta più nessuno. Un genere che mi ha fatto conoscere mio padre, ed io, per ricambiare, gli ho fatto conoscere i Lady Antebellum. Non è musica vecchia e nemmeno musica strana. Ma ciò che ci unisce quando dobbiamo scegliere un CD da ascoltare. E questo per me vale moltissimo.

Link per gli interessati:

Lady Antebellum – Canale Youtube

Lady Antebellum su Spotify

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Canzone del giorno: Leave a light on – Tom Walker

Un tripudio di certificazioni ha travolto questo brano, ma credo sia importante riflettere sul significato forte che ha. È una dedica ad un amico, che sta combattendo una grave dipendenza dalla droga. Un messaggio struggente e sincero, una dimostrazione di affetto che va oltre la semplice amicizia, Tom chiede a gran voce di non mollare, di tenere duro, perché è una battaglia non facile. “Mi rifiuto di perdere un altro amico per la droga, torna solamente a casa, non lasciarti andare“, è un colpo in pieno petto, perchè l’idea che la morte sia lì, ad un passo, si materializza all’improvviso. Non ci si aspetta che dietro una ritmica così incalzante ci sia un sentimento di paura, di sofferenza, e sì, anche di impotenza, in una battaglia che può vincere solo chi la sta combattendo. E allora qual è il senso del brano? È tutto nel ritornello, “Se hai perso la tua strada, lascerò la luce accesa“, ripetuto più e più volte, come ad assicurarsi che l’amico lo abbia capito. Nel senso che lui ci sarà, aspetterà che ritorni a casa, lo guiderà da lontano in quella dura battaglia contro la dipendenza, perché ha già visto troppe persone morire. Ed è un pensiero talmente realistico e reale da risultare agghiacciante.

The second someone mentioned you were all alone
I could feel the trouble coursing through your veins
Now I know, it’s got a hold
Just a phone called left unanswered, had me sparking up
These cigarettes won’t stop me wondering where you are
Don’t let go, keep a hold

If you look into the distance, there’s a house upon the hill
Guiding like a lighthouse to a place where you’ll be
Safe to feel at grace ‘cause we’ve all made mistakes

If you’ve lost your way…

I will leave the light on
I will leave the light on
I will leave the light on
I will leave the light on

Tell me what’s been happening, what’s been on your mind
Lately you’ve been searching for a darker place
To hide, that’s alright
But if you carry on abusing, you’ll be robbed from us
I refuse to lose another friend to drugs
Just come home, don’t let go

If you look into the distance, there’s a house upon the hill
Guiding like a lighthouse to a place where you’ll be
Safe to feel at grace ‘cause we’ve all made mistakes
If you’ve lost your way…

I will leave the light on

I will leave the light on
I will leave the light on
I will leave the light on
I will leave the light on

If you look into the distance, there’s a house upon the hill
Guiding like a lighthouse, it’s a place where you’ll be
Safe to feel at grace and if you’ve lost your way
If you’ve lost your way (I will leave the light on)
And I know you don’t know oh, but I need you to be brave
Hiding from the truth ain’t gonna make this all okay
I’ll see your pain if you don’t feel our grace
And you’ve lost your way
I will leave the light on
I will leave the light on
‘Cause I will leave the light on

Traduzione:

Nel momento in cui qualcuno ha menzionato che eri sola
Ho potuto sentire il problema scorrere attraverso le tue vene
Ora lo so, ha una presa
Solo una chiamata senza risposta, mi aveva entusiasmato
Queste sigarette non mi impediranno di chiedermi dove sei
Non mollare, tieni duro

Se guardi in lontananza, c’è una casa sulla collina
Che fa da guida come un faro verso un posto dove sarai
Libera di sentirti al sicuro perché tutti abbiamo commesso errori

Se hai perso la tua strada…

Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa

Dimmi cosa sta succedendo, cosa c’è nella tua mente
Ultimamente hai cercato un posto più buio
Per nasconderti, va bene
Ma se continui ad abusare, sarai derubato da noi
Mi rifiuto di perdere un altro amico per la droga
Torna solamente a casa, non lasciarti andare

Se guardi in lontananza, c’è una casa sulla collina
Che fa da guida come un faro verso un posto dove sarai
Libera di sentirti al sicuro perché tutti abbiamo commesso errori
Se hai perso la tua strada…

Lascerò la luce accesa

Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa

Se guardi in lontananza, c’è una casa sulla collina
Che fa da guida come un faro, è un posto dove sarai
Libera di sentirti al sicuro e se hai perso la tua strada
Se hai perso la tua strada (lascerò la luce accesa)
E so che non lo sai oh, ma ho bisogno che tu sia coraggiosa
Nasconderti dalla verità non rimetterà tutto questo a posto
Vedrò il tuo dolore se non senti la nostra grazia
E hai perso la tua strada
Lascerò la luce accesa
Lascerò la luce accesa
Perché lascerò la luce accesa

Sungha Jung (2019)

Erano i primi tempi in cui mi avvicinavo al computer, avrò avuto sui dieci, undici anni, e girovagando su Youtube mi sono imbattuta in un chitarrista sudcoreano poco più che bambino: Sungha Jung, classe 1996. Imparati i primi rudimenti dal padre, Sungha ha continuato a suonare, e da autodidatta è arrivato a pubblicare il suo primo album nel 2010, all’età di soli quattordici anni. E’ quello che si potrebbe definire un bambino prodigio, o forse è tutto merito della dedizione, dell’impegno e dello studio che ci ha messo sin dal primo giorno, con quella chitarra fatta su misura per adattarsi al suo corpo e un’incredibile naturalezza nei movimenti delle sue mani. Proprio quella prima chitarra, più piccola del normale, portava la firma di Thomas Leeb e una dedica, “Keep on grooving to my friend”. Aveva nove anni appena, ed era in grado di arrangiare e suonare alla perfezione il tema di Pirati dei Caraibi e di Mission Impossible, o canzoni come With or without you, Hotel California, More than words, brani dei Beatles o dei Green Day.

Sembra assurdo che sia stato in grado di fare tutto da solo. Sono sempre rimasta incantata davanti a quel bambino che muoveva le mani con una grazia incredibile, sembrava nato con la chitarra in mano, già capace e con le note stampate in testa. Non lo voglio chiamare prodigio, ma sin da allora dimostrava una predisposizione rarissima e una passione unica che nei bambini difficilmente si trova. Sungha Jung a nove anni, anziché giocare per ore, suonava. E suonava bene. Forte delle sue conoscenze musicali, delle sue sperimentazioni, del senso del ritmo nascosto dentro di lui, ha fatto conoscere al web l’arte del fingerstyle, attraverso riarrangiamenti sempre più complessi di voce e melodia, con le sole sei corde della chitarra a disposizione. Ogni brano sembrava un miracolo prodotto da un genio. Ho sempre pensato che avesse un dono, e averlo scoperto così presto, quando ancora pubblicava filmati di qualità scarsissima in rete, averlo seguito negli anni dell’adolescenza, quando ha iniziato a comporre da sé, e cercare tutt’ora i suoi album, nove all’attivo, mi fa capire che il suo talento sia assolutamente indiscusso. Perché non c’è solo la tecnica, la velocità della mano, le percussioni e gli infiniti suoni che riesce a scovare in un solo strumento, non c’è solo lo studio e l’accostamento razionale delle note, c’è ben altro. La passione, l’istinto, il corpo che quasi segue l’andamento della musica e nella chitarra riversa tutto quello che può trasmettere. E’ il primo chitarrista che ho scoperto, il primo che mi ha lasciata senza parole, incapace di descrivere le sue abilità in poche righe, il primo che è riuscito ad emozionarmi senza aver mai sentito una sola volta la sua voce. Sungha Jung ha preso brani famosissimi della storia della musica di oggi e di ieri, li ha frammentati come un puzzle di pochi pezzi, e ha riassemblato il tutto con due mani e una chitarra, le note della melodia principale, gli accordi di accompagnamento, il suono della batteria con la mano destra. E ha sempre fatto sembrare tutto facile, quando non lo è per niente. Oggi quel bambino di nove anni è cresciuto, organizza concerti, pubblica i propri brani inediti, non ha mai perso la sua passione, ed è riuscito a costruirsi una carriera di tutto rispetto. Quelle mani che si muovevano rapide sulla piccola chitarra fatta su misura per lui, oggi si muovono con la stessa naturalezza di sempre, come se non conoscessero altro che le corde della chitarra acustica e del piccolo ukulele. Sungha Jung vive con la sua musica, accompagnato da quel dono che ogni giorno gli ha permesso di crescere, di azzardare, di migliorarsi, di diventare il musicista completo che è oggi. Un ragazzo prodigio? Forse, ma prima di tutto un ragazzo con voglia di fare, interesse, cura per il dettaglio, amore per la musica e per il proprio strumento, emozioni da trasmettere, e la stessa semplicità che si ritrova in quei video di Youttube registrati da casa. E’ cambiato il muro, è cambiata la stanza, è cambiato il divano, ma rimane sempre lo stesso artista silenzioso che suona ad occhi chiusi, e si lascia trasportare da quegli accordi che viaggiano lungo i tasti del manico facendoci danzare, commuovere, sognare.

Dalla Sud Corea spero che possa arrivare ovunque, perché un musicista di questo calibro è rarissimo. Un concerto in cui la sola musica proviene da una chitarra incantata, io lo vedrei volentieri.

Link per gli interessati:

Sungha Jung – Canale Youtube

Sungha Jung su Spotify

Sungha Jung Instagram Account

L’incontro tra il marketing e il mondo musicale (2020)

Ho da poco scoperto i Podcast di Spotify, e per un motivo probabilmente non convenzionale: per esercitarmi a capire meglio l’inglese parlato. Fino a poco tempo fa non sapevo neppure cosa fossero i podcast, mi sono ritrovata a are ricerche sui migliori della piattaforma, quelli imperdibili, o quelli più professionali. Podcast, un termine tecnico per definire delle registrazioni audio di durata variabile diffuse su internet. Una specie di radio dei tempi moderni, in cui poter scegliere il programma da ascoltare. In fondo Spotify era nato per questo. Per i podcast prima che per la musica. Per i nuovi contenuti, quelli di nicchia, prima che per i grandi numeri. Ed è su Spotify che ho trovato un podcast illuminante. “The music marketing podcast”, interamente in inglese, gestito da una ragazza e un ragazzo britannici, impiegati in un’agenzia di marketing di Londra che si chiama Burstimo. Un mondo a me del tutto sconosciuto. Ma quelle chiacchierate registrate e rese pubbliche, una via di mezzo tra un’intervista e un’uscita tra amici, mi hanno fatto scoprire quanto ci sia deitro ogni artista, quanto sia complessa l’industria musicale, e quanto spesso non basti una bella canzone per emergere. Non parliamo del millennio scorso, Burstimo si rivolge agli artisti emergenti, ai nativi digitali, a chi è cresciuto insieme agli smarthphone e ai social network. Si rivolge agli artisti, ma anche ai curiosi del marketing, e a me, ascoltatrice seriale di musica e studentessa di economia. Sarà che questa combinazione mi ha catturata da subito, un sunto dei miei interessi, una professione che mi attira, e che non sapevo nemmeno esistesse. Lo trovo stimolante. Certo è che non ci si pensa, ma in fondo internet è dominato da algoritmi, da numeri che si legano ad altri numeri, e che ti possono regalare pubblico, visibilità, a volte per puro caso, altre volte per strategia, ma questo non basta. Forse è sufficiente per una casa discografica, un’azienda che vorrebbe investire, e che vede in quei numeri una intangibile garanzia. Ma i numeri non fanno l’arte, e non sono nemmeno il solo obiettivo. Quello che non immaginavo è che ci fosse davvero, in Burstimo, un’attenzione all’artista. Persone che ti vogliono conoscere, che vogliono sapere quello che fai, e che probabilmente vogliono vedere in te passione, determinazione, la volontà di crescere, ma non per forza contando i numeri. Quello che nei podcast emerge è proprio questi. Consigli di marketing, strategie per offrire al meglio un prodotto musicale, per offrire sé stessi, come artisti in un oceano di ingiusta competizione. Non si parla del prodotto in sé, non si invita nessuno a cambiare, a seguire una moda, a uniformarsi agli altri, e per me è stata una sorpresa. Quello che si tende a pensare è che sapersi vendere equivalga a mentire, a costruirsi una finta facciata per riuscire a piacere. A volte si crede perfino che venga prima l’artista, e soltanto dopo la musica. Ma non è così, e non si possono separare due entità che si appartengono, che si riflettono, e si raccontano ogni secondo della vita. La musica è l’artista, l’artista è la sua musica. Questo è uno dei messaggi fondamentali che guidano i podcast di Burstimo. Non so se sia merito di un ambiente come Londra, da sempre denso di musica e di artisti diversi, non so se sia più aperto degli altri, o solo per me più affascinante. Ma quello che riesce a fare un’agenzia di marketing in quel mondo, per me vale tanto. Perché è anche così che nascono le occasioni, ed è così che noi ascoltatori seriali di musica possiamo scoprire ogni giorno nuovi artisti. Non si può negare che oggi funzioni, e che funzionerà sempre di più, in modi diversi, che richiedono a volte dei sacrifici. Ci sono dei limiti da superare, ma sarebbe da ipocriti negare che in fondo serva a qualcosa. Probabilmente è il fatto che in questo mondo ci sono cresciuta, e che seguo sui social network più artisti che amici. E’ un’altra realtà, che va oltre la musica, e che spesso può stare stretta, può essere vista come una gabbia, un processo di costruzione di sé modellato in plastica. Ma se si ascolta con senso critico il podcast di Burstimo, ci si rende conto che al centro vi è sempre la verità. Ecco perché preferiscono incontrare gli artisti di persona, ecco perché è importante capire quello che si aspettano. Pensavo che il marketing fosse la scienza della furbizia, l’arte dell’inganno, il fautore della pubblicità scorretta, e invece si scopre che non è solo quello, che dipende da come lo si usa, dalle strade che si scelgono di vedere. Non è arido come credevo, ma è infinitamente astratto e intangibile. A volte funziona, a volte no, e non ci si spiega nemmeno il perché. Si fonda su uno studio dei comportamenti umani, e non ci possono essere certezze in questo. Solo statistiche e strategie. Ma sognare un’industria musicale più aperta, in cui gli artisti emergenti possano essere notati, accolti, e lasciati liberi di essere sé stessi, oggi più di ieri passa anche da qui. Dal marketing, e dal coraggio di mescerlo con la magia della musica. In fondo si tratta solo di sfruttare al meglio i mezzi che abbiamo. Social network, piattaforme, reti, devono essere occasioni, non vesti da indossare. E per i nostalgici ci saranno sempre i dischi in vinile, e i vecchi poster appesi alla parete.

Canzone del giorno: Dog days are over – Florence and the machine

Il periodo buio è finito. Letteralmente, il periodo dei cani. Si può pensare a una delusione amorosa, che la protagonista consola nell’alcol e nell’arrendevolezza. Il testo è un intricato labirinto di metafore, atte a rappresentare la felicità come un qualcosa che arriva all’improvviso, ma che provoca sempre un cambiamento in noi. Un treno, un proiettile, sono ciò che schizza velocemente, ma che può anche far male, come una felicità che piomba su di noi durante un periodo buio. I sentimenti contrastanti si accavallano, e culminano in un ritornello che invita alla corsa: “Corri veloce per tua madre, corri veloce per tuo padre, corri per i tuoi bambini, per le tue sorelle e fratelli, lascia tutto il tuo amore, tutto il tuo amore indietro, non puoi portarlo con te se vuoi sopravvivere”, significa intraprendere una nuova strada, svoltare l’angolo e lasciarsi alle spalle tutto il dolore. Basta raccogliere quella felicità giunta senza preavviso, focalizzarsi sui punti fermi, su quelle persone che ci stanno accanto, e andare avanti. Perché il periodo buio è finito.

Happiness hit her like a train on a track
Coming towards her stuck still no turning back
She hid around corners and she hid under beds
She killed it with kisses and from it she fled
With every bubble she sank with her drink
And washed it away down the kitchen sink

The dog days are over
The dog days are done
The horses are coming

So you better run

Run fast for your mother, run fast for your father
Run for your children, for your sisters and brothers
Leave all your loving, your loving behind
You cant carry it with you if you want to survive

The dog days are over
The dog days are done
Can you hear the horses?
‘Cause here they come

And i never wanted anything from you
Except everything you had and what was left after that too, oh
Happiness hit her like a bullet in the head
Struck from a great height by someone who should know better than that

The dog days are over
The dog days are done
Can you hear the horses?

‘Cause here they come

Run fast for your mother, run fast for your father
Run for your children, for your sisters and brothers
Leave all your loving, your loving behind
You cant carry it with you if you want to survive

The dog days are over
The dog days are done
Can you hear the horses?
‘Cause here they come

The dog days are over
The dog days are done
The horses are coming
So you better run

Traduzione:

La felicità la colpì come un treno sui binari
Arrivando dritto addosso a lei, eppure non ritorna indietro
Lei si nascose dietro gli angoli e si nascose sotto i letti
Lo uccise di baci e dopodiché fuggì
con ogni bollicina si affogò nei suoi drinks
E li lavò via nel lavandino della cucina

I giorni duri sono finiti
I giorni duri se ne sono andati
Stanno arrivando i cavalli

quindi farai meglio a correre

Corri veloce per tua madre, corri veloce per tuo padre
Corri per i tuoi bambini, per le tue sorelle e fratelli
Lascia indietro il tuo amore, tutti i tuoi sentimenti
Non puoi portarli con te se vuoi sopravvivere

I giorni duri sono finiti
I giorni duri se ne sono andati
Riesci a sentire i cavalli?
Perchè eccoli che arrivano

E non ho mai voluto nulla da te
A parte tutto ciò che hai e tutto ciò che ti rimane
La felicità la colpì come un proiettile nella testa
si schiantò da una grande altezza, qualcuno avrebbe dovuto saperlo meglio di lei

I giorni duri sono finiti
I giorni duri se ne sono andati
Riesci a sentire i cavalli?

Perchè eccoli che arrivano

Corri veloce per tua madre, corri veloce per tuo padre
Corri per i tuoi bambini, per le tue sorelle e fratelli
Lascia indietro il tuo amore, tutti i tuoi sentimenti
Non puoi portarli con te se vuoi sopravvivere

I giorni duri sono finiti
I giorni duri se ne sono andati
Riesci a sentire i cavalli?
Perchè eccoli che arrivano

I giorni duri sono finiti
I giorni duri se ne sono andati
Stanno arrivando i cavalli
quindi farai meglio a correre

Canzone del giorno: When you love someone – James TW

Una canzone triste, in cui alcuni figli potrebbero trovare un conforto. Una canzone per spiegare loro la separazione, il divorzio, il dover dividere il proprio tempo tra mamma e papà, i propri giochi tra casa di mamma e di papà. Non è facile da capire, “alcune volte le mamme e i papà smettono di amarsi, a volte due case sono meglio di una sola“, è un sacrificio per tutti, ma è a fin di bene, perché forzare un rapporto nonostante i muri porta solo dolore. “Non ha senso, non quadra, ma ti ameremo sempre nonostante tutto”, forse è proprio questo di cui ha bisogno un figlio, sapere che niente cambierà, che l’amore per lui non svanirà, che quella famiglia non lo abbandonerà, perchè in fondo un figlio è un pezzo della propria vita. I genitori fanno il possibile per loro, per vederli felici, per proteggerli dal mondo, e a volte sono necessarie delle scelte, delle rinunce, delle consapevolezze nuove. Ma non per questo si è dei cattivi genitori, o meno responsabili e saggi. Basta trovare le parole giuste, e non escludere mai i propri figli dalla propria vita, perché tante volte soffrono in silenzio senza capire, tante volte vorrebbero solo essere presi in braccio, coccolati un po’ e rassicurati. I figli hanno paura tanto quanto i genitori.

James TW ha trovato forse le parole giuste, sicuramente le parole più sincere, e se qualcuno dovesse trovarsi in dubbio, preoccupato di perdere ciò che di più importante possiede, credo che qui possa trovare le risposte. “Niente cambierà”.

Come home early after class
Don’t be hanging ‘round the back of the schoolyard
I’ve been called up by your teacher
She said she can’t even reach you ‘cause you’re so far
You’ve been talking with your fists
We didn’t raise you up like this, now did we?
There’ve been changes in this house
Things you don’t know about in this family
It don’t make sense, but nevertheless
You gotta believe us, it’s all for the best
It don’t make sense
The way things go
Son, you should know

Sometimes moms and dads fall out of love
Sometimes two homes are better than one
Some things you can’t tell your sister ‘cause she’s still too young
Yeah, you’ll understand
When you love someone

There ain’t no one here to blame
And nothing’s going to change with your old friends
Your room will stay the same
‘Cause you’ll only be away on the weekends

It don’t make sense but nevertheless
You gotta believe us, it’s all for the best
It don’t make sense
It don’t add up
But we’ll always love you no matter what

Sometimes moms and dads fall out of love
Sometimes two homes are better than one
Some things you can’t tell your sister ‘cause she’s still too young
Yeah, you’ll understand
When you love someone
When you love someone

Come home early after class
Don’t be hanging ‘round the back of the schoolyard
And if we’re crying on the couch
Don’t let it freak you out
It’s just been so hard

Sometimes moms and dads fall out of love
Sometimes the best intentions just ain’t enough
Some things you can’t tell your sister ‘cause she’s still too young
Yeah, you’ll understand
When you love someone
When you love someone
When you love someone
When you love someone

Traduzione:
Torna a casa presto dopo la lezione
non rimanere in giro per il cortile della scuola
sono stato chiamato dalla tua insegnante
Mi ha detto che non riesce nemmeno a raggiungerti perchè sei così distante
hai parlato con i tuoi pugni
non ti abbiamo cresciuto così, oppure si?
ci sono stati dei cambiamenti in questa casa
cose che non sai riguardo a questa famiglia
Non ha senso, ma nonostante ciò
Devi crederci, è tutto per il meglio
non ha senso
il modo in cui le cose vanno
Figlio, dovresti saperlo
alcune volte le mamme e i papà smettono di amarsi
A volte due case sono meglio di una sola
certe cose non puoi raccontarle a tua sorella perché è ancora troppo piccola
Sì, lo capirai
Quando ami qualcuno
Non c’è nessuno qui da rimproverare
e niente cambierà con i tuoi vecchi amici
la tua stanza rimarrà uguale
perchè starai via solo nei fine settimana
Non ha senso ma nonostante ciò
Devi crederci, è tutto per il meglio
non ha senso
non quadra

alcune volte le mamme e i papà smettono di amarsi
A volte due case sono meglio di una sola
certe cose non puoi raccontarle a tua sorella perché è ancora troppo piccola
Sì, lo capirai
Quando ami qualcuno
Quando ami qualcuno
Torna a casa presto dopo la lezione
non rimanere in giro per il cortile della scuola
E se noi stiamo piangendo sul divano
non farti spaventare
perchè è stata così dura
alcune volte le mamme e i papà smettono di amarsi
a volte le migliori intenzioni non bastano
certe cose non puoi raccontarle a tua sorella perché è ancora troppo piccola
Sì, lo capirai
Quando ami qualcuno
Quando ami qualcuno

Canzone del giorno: Wonderwall – Oasis

La canzone con cui tantissimi hanno conosciuto gli Oasis. Me compresa. Quei fratelli Gallagher che dal 2009 non suonano più insieme, ed è un grande peccato. “Wonderwall”, il muro delle meraviglie, un termine nonsense, e un omaggio intenzionale a George Harrison, chitarrista dei Beatles, che aveva composto la colonna sonora di un film degli anni Sessanta e l’aveva intitolata “Wonderwall Music”.

«Qualcuno mi aveva comprato un aggeggino che si applica alla chitarra che si chiama capotasto, una cosina che metti sui tasti per poter spostare la voce su tonalità più alte. Io non ne avevo mai sentito parlare per un cazzo! Per quanto oggi possa sembrare strano, visto che tutte le mie canzoni prevedono un capotasto, non ne avevo mai sentito parlare. Qualcuno me l’ha procurato … Ricordo che mentre strimpellavo pensavo: “È piuttosto originale, no? Forse è la prima cosa originale che abbia mai fatto, no?”.

Ricordo che il titolo iniziale era Wishing Stone. Non so perché, ma era una cosa tipo Wonderwall, capisci … L’album di George Harrison … Sai, la storia sarebbe stata proprio diversa se l’avessi chiamata Wishing cazzo di Stone! Ricordo che Alan McGee e Dick Green vennero ad ascoltarla, ad ascoltare l’album che praticamente era stato completato. Ricordo che si guardarono. Posso giurare di aver visto i simboli della sterlina (£) nei loro occhi.»

(Noel Gallagher, 2010)

«Non so da dove provengano gli accordi e ricordo la cosa di Harrison. Ricordo che “you’re my wishing stone” non suonava bene. Dove abitavo avevo un poster di Wonderwall. E così pensai: “You’re my wonderwall. Porca troia! Suona fantastico. Nessuno saprà cosa significhi”.»(Noel Gallagher, 2015)

E in effetti, il segreto è stato custodito bene.

Today is gonna be the day
That they’re gonna throw it back to you
By now you should’ve somehow
Realized what you gotta do
I don’t believe that anybody
Feels the way I do about you now

Backbeat the word was on the street
That the fire in your heart is out
I’m sure you’ve heard it all before

But you never really had a doubt
I don’t believe that anybody Feels the way I do about you now

And all the roads we have to walk are winding
And all the lights that lead us there are blinding
There are many things that I Would like to say to you
But I don’t know how

Because maybe
You’re gonna be the one that saves me
And after all
You’re my wonderwall

Today was gonna be the day
But they’ll never throw it back to you
By now you should’ve somehow
Realized what you’re not to do
I don’t believe that anybody

Feels the way I do
About you now

And all the roads that lead you there were winding
And all the lights that light the way are blinding
There are many things that I Would like to say to you
But I don’t know how

I said maybe
You’re gonna be the one that saves me And after all
You’re my wonderwall

I said maybe
You’re gonna be the one that saves me And after all
You’re my wonderwall

Said maybe
You’re gonna be the one that saves me
You’re gonna be the one that saves me
You’re gonna be the one that saves me

Traduzione:

Oggi sarà il giorno
in cui ti verrà data di nuovo un’opportunità
Ad oggi avresti dovuto in qualche modo
Realizzare ciò che devi fare
Non credo che nessuno
Senta quello che provo io per te adesso

II battito è tornato, si vociferava per strada
Che quel calore nel tuo cuore si è spento
Sono sicuro che hai già sentito tutto ciò prima

Ma non avevi mai avuto davvero dei dubbi
Non credo che nessuno
Senta quello che provo io per te adesso

E tutte le strade che dobbiamo percorrere sono tortuose
E tutte le luci che ci guidano sono accecanti
Ci sono tante cose che mi
Piacerebbe dirti
Ma non so come

Forse perché
Sarai colei che mi salverà
E dopotutto
Tu sei il mio muro delle meraviglie (non lett. “ancora di salvezza”)

Oggi sarebbe stato il gran giorno
Ma non ti daranno mai più un’altra opportunità
Ad oggi avresti dovuto in qualche modo
Realizzare ciò che non devi fare
Non credo che nessuno

Senta quello che provo io
Per te adesso

E tutte le strade che ti hanno condotto là erano tortuose
E tutte le luci che illuminano la via sono accecanti
Ci sono molte cose che
Vorrei dirti
Ma non so come

Ho detto forse
Sarai colei che mi salverà?
E dopotutto
Tu sei il mio muro delle meraviglie (non lett. “ancora di salvezza”)

Ho detto forse
Sarai colei che mi salverà?
E dopotutto
Tu sei il mio muro delle meraviglie (non lett. “ancora di salvezza”)

Ho detto forse
Sarai colei che mi salverà
Sarai colei che mi salverà
Sarai colei che mi salverà

Canzone del giorno: Fear of fear – Passenger

“Fill”, riempio, è la parola che introduce ogni verso, in una canzone che sembra quasi una poesia. Passenger ha una voce unica, delicatissima, che ti trasmette un mondo di emozioni anche senza orpelli stilistici, chitarre elettriche o percussioni, e in questo genere di brani è come se scavasse tra quelle parole, seguendo un filo conduttore che non racconta una trama, ma descrive. Quello che fa, è descrivere. E non un paesaggio, non una persona, ma se stesso. “Riempio il mio cuore con la paura della paura”, è la frase centrale di un falso ritornello, che dà il titolo alla canzone, che divide le strofe, e che sostanzialmente si comporta come un punto e a capo. Ci si lascia trasportare da una serie di immagini, quasi fossero proiettate in sequenza, a costituire un mosaico rarefatto di parole. E ad occhi chiusi, quella sensazione annienta tutto il resto.

Fill my lungs full of smoke
Fill my belly full of beer
Fill my nights with bad jokes
told by folks full of fear

Fill my eyes with a stinging
Fill my time with wishing she was here
Fill my wide with the narrow
Fill my safe full of danger
Fill my bed full of shadows

Fill my dreams full of strangers
Fill my ears with a ringing
Fill my heart with a fear of fear

Well fill my cup half empty cause it’s never been half full
Fill me up, paint me over, like a damp patch on the wall
Leave me lying on my stomach on your neighbour’s bathroom floor
I’m only here till tomorrow anyway

I’m burning up, like a fever that rages in the night
Spark me up, I’m a firework I’ll burst into light
For it’s better to burn out than to fade out of sight
That’s what someone told me anyway

so fill my lungs full of smoke
fill my belly full of beer
fill my nose full of cocaine
fill my eyes full of tears
fill my short with a longing
fill my time with wishing I wasn’t here

Oh fill my past with regret
Wrap my present in brown paper
Fill my future with promises that promise to come later
Fill my heart with a stinging
Fill my heart with a fear of fear

Traduzione:

Riempio i miei polmoni di fumo
Riempio la mia pancia di birra
Riempio le mie notti con battute squallide
raccontate da gente piena di paura

Riempio i miei occhi con aghi
Riempio il mio tempo desiderando che lei fosse qui
Riempio il mio spazio con lo stretto
Riempio la mia sicurezza con il pericolo
Riempio il mio letto con le ombre

Riempio i miei sogni con estranei
Riempio le mie orecchie con un trillo
Riempio il mio cuore con la paura della paura

Beh, riempio la mia tazza mezza vuota perché non è mai stata mezza piena
Riempimi, dipingimi, come una macchia d’umidità sul muro
Lasciami sdraiato sulla pancia sul pavimento del bagno del tuo vicino
Sono qui solo fino a domani, comunque

Sto bruciando, come una febbre che si infiamma nella notte
Fammi fare scintille, sono un fuoco d’artificio, esploderò nella luce
poiché è meglio bruciare che scomparire
Questo è ciò che qualcuno mi ha detto, comunque

Quindi riempio i miei polmoni di fumo
Riempio la mia pancia di birra
Riempio il mio naso di cocaina
Riempio i miei occhi di lacrime
Riempio il breve con il lungo
Riempio il mio tempo desiderando di non essere qui

Oh, riempio il mio passato con il rimorso
Avvolgo il mio presente in un foglio marrone
Riempio il mio futuro con promesse che promettono di arrivare più tardi
Riempio il mio cuore di aghi
Riempio il mio cuore con la paura della paura

One World Together At Home, il concerto evento voluto da Lady Gaga (2020)

(The prayer – Lady Gaga, Celine Dion Andrea Boccelli, John Legend, e il pianista Lang Lang)

Non fu uno stadio pieno di gente

Nessun biglietto da dover comprare

Nessun artista davvero in primo piano

Non fu il Live Aid

Ma qualcosa di somigliante sì…

Unione

Emozione

Perché siamo tutti cittadini del mondo

Tutti figli sotto lo stesso cielo.

Così dovrebbero essere le raccolte fondi

E senza chiedere un soldo ai cittadini comuni

Perchè sia il regalo di una notte, perché hanno già fatto tanti sacrifici

Così dovrebbe andare

Con la bella musica

Le belle persone

Uno spettacolo casalingo di otto ore

“E chi le guarda otto ore?”

Io, per certo

Perché credo nella forza della bella musica, delle belle persone

E perchè son cresciuta con Lady Gaga

Con i suoi tagli di capelli

Con i suoi vestiti eccentrici

Con quello stile sempre sopra le righe

Ma ho scoperto una donna dai valori sinceri

Che ha usato la propria fama a fin di bene

Che ha organizzato un concerto evento di otto ore

Ma in quelle otto ore si è fatta da parte

Ha lasciato spazio a tutti gli altri

Cantanti, musicisti

Medici, infermieri

Uomini e donne comuni che hanno condiviso le proprie storie

E allora, penso, probabilmente ne vale la pena

Un giorno racconterò ai miei figli di questa annata

E se ci sarà qualcosa di buono da ricordare

Sarà la solidarietà

La vicinanza

Il bene che è stato fatto

Spesso in silenzio, con umiltà e rispetto

Perchè è questo che ci tiene in vita

Il bene di chi lavora, di chi ha fatto enormi sacrifici, di chi ha perso la vita per questo

E nel nostro piccolo possiamo solo dire grazie

Consapevoli che un grazie non basterà

Un concerto non basterà

Ma forse aiuteranno qualcuno ad andare avanti, a ritrovare un sorriso, o farci sentire almeno un po’ più vicini.

Questo è il dono più grande.

Post scrittum: detto tra noi, che smacco al presidente Trump! Lui che ha sospeso i finanziamenti all’Organizzazione Mondiale della Sanità, mentre Lady Gaga ha permesso di raccogliere quasi 130 milioni di dollari destinati proprio all’Oms. Grazie a lei, e grazie a tutti gli artisti che hanno preso parte all’iniziativa. Nel mio piccolo, io non lo dimenticherò.

La scaletta del concerto:

Dalle 20 alle 22: Adam Lambert, Andra Day, Black Coffee, Charlie Puth, Eason Chan, Hozier & Maren Morris, Hussain Al Jassmi, Jennifer Hudson, Jessie Reyez, Kesha, Lang Lang, Liam Payne, Lisa Mishra, Luis Fonsi, Milky Chance, Niall Horan, Picture This, Rita Ora, Sofi Tukker, The Killers, Vishal Mishra.
Dalle 22 alle 24: Annie Lennox, Ben Platt, Cassper Nyovest, Christine And The Queens, Common, Delta Goodrem, Ellie Goulding, Finneas, Jack Johnson, Jacky Cheung, Jess Glynne, Jessie J, Juanes, Kesha, Michael Bublé, Rita Ora, Sebastián Yatra, Sheryl Crow, Sho Madjozi, The Killers, Zucchero.
Dalle 24 alle 1,45: Angle, Ben Platt, Billy Ray Cyrus, Charlie Puth, Christine And The Queens, Common, Eason Chan, Ellie Goulding, Hozier, Jennifer Hudson, Jessie J, John Legend, Juanes, Lady Antebellum, Leslie Odom Jr., Luis Fonsi, Niall Horan, Picture This, Sebastián Yatra, Sheryl Crow, SuperM
Dalle 1,45: Alicia Keys, Andrea Bocelli, Billie Eilish, Billie Joe Armstrong dei Green Day, Camila Cabello, Celine Dion, Chris Martin, Eddie Vedder, Elton John, J Balvin, Jennifer Lopez, Lady Gaga, Lizzo, LL Cool J, Paul McCartney, Pharrell Williams, i Rolling Stones, Sam Smith, Shawn Mendes, Stevie Wonder, Taylor Swift e Usher.

QUI IL CONCERTO COMPLETO:

Canzone del giorno: Somebody close to me – Ayesha

Questa sarà sconosciuta pressoché per tutti, sarei pronta a scommetterci. Impossibile averla già sentita, semplicemente perché la cantante ha appena debuttato su Spotify esattamente con questo brano. Come mi sono imbattuta in lei? Semplicemente sono stata contattata io, e probabilmente non c’è un motivo preciso per cui mi sia stato inviato il link della canzone, se non per i miei gusti musicali che ho reso noti. Di solito non do peso a chi cerca di farsi pubblicità invadente, ma quando si tratta di musica la curiosità è troppa, e ancora di più se si tratta di artisti emergenti che non sono ancora nessuno. Ayesha, cantante proveniente dalle Midlands inglesi, autrice e produttrice di se stessa, definisce i propri brani “eterei e ossessionanti”. Non è sbagliato, e sarei pronta a sottoscriverlo, perché sono le stesse sensazioni che mi ha trasmesso al primo ascolto. E’ come se avesse creato attorno alle parole un’atmosfera sospesa, in tensione ma al tempo stesso leggera, che si incastra perfettamente con una voce dal timbro particolarissimo. Mi ha ricordato, alla lontana, Hannah Reid dei London Grammar, e non lo dico per fare paragoni che nella musica non hanno ragione di esistere, ma per andare a evidenziare, in un’artista appena formata, quei pregi su cui potrebbe costruire tanto. Io ci credo, nelle persone che sanno arrangiarsi, in quelle che credono nei propri mezzi e si rimboccano le maniche, anche se sarà difficile, anche se la strada è tutta in salita. E credo in chi è orgoglioso di ogni piccolo successo, come lo è questa canzone per Ayesha. Il primo singolo ufficiale. Per tanti cantanti rimane un sogno in eterno. Ecco, probabilmente è questo che mi ha spinta ad ascoltare la canzone, e non mi sono pentita di averlo fatto. Non so come lo abbia capito o se fosse soltanto una frase di circostanza, ma tra i miei eclettici gusti musicali questo brano si colloca alla perfezione. Uno stile definito, una voce dal timbro profondo e raffinato, una conoscenza solida della musica, e la capacità di autoprodursi: io credo che basti. A piccoli passi, migliorandosi giorno dopo giorno, e senza mai perdere la passione.

Il testo è duro, malinconico, una lontananza forzata per dei sentimenti che non combaciano, e si finisce a desiderare soltanto il bene dell’altro. “È solo tragico perché ho perso qualcuno” è il senso di colpa di chi si trova ad un bivio, e deve scegliere tra una sofferenza inflitta e una distanza incolmabile: il dolore è lì, pronto a seguire qualunque strada noi scegliamo, perchè fanno male entrambe. Ma forse è giusto scegliere sempre la verità. A nulla serve ingannarsi, o ingannare gli altri, perché i sentimenti non sanno mentire, non sanno nascondersi, e ci sbattono in faccia la verità che abbiamo provato a celare. “Mi hai sempre amato più di me”. Fa male.

I just can’t figure what to say
I’m no longer in love no more
I just can’t be the one to stay
But you’re my closest friend that’s all
And you did nothing wrong that’s true
But I can’t keep you waiting for me
And you’ll find someone more suited to you
‘S Just tragic cuz I lost somebody

Somebody
Lost somebody close to me
Somebody
‘Cause I gotta set you free
Somebody
Always feeling guilty
Somebody
You always loved me more than me

So we’ll both head our separate ways
Maybe fate will connect us later
But for now just forget that place
Cuz maybe you’ll find something greater
And we’ll be friends again someday
And I guess this one is just a waiter
Or maybe you’ll forget my face
S’ just tragic cuz I lost somebody
Somebody (more than me)
S’ Just tragic cuz I lost somebody

Somebody
Lost somebody close to me
Somebody
‘Cause I gotta set you free
Somebody
Always feeling guilty
Somebody
You always loved me more than me

Somebody
Lost somebody close to me
Somebody
‘Cause I gotta set you free
Somebody
Always feeling guilty
Somebody
You always loved me more than me

Somebody

Somebody

Traduzione:

Non riesco proprio a capire cosa dire
Non sono più innamorato
Non riesco proprio a rimanere io
Ma tu sei il mio amico più caro, che è tutto
E non hai fatto nulla di sbagliato, è vero
Ma non riesco a farti aspettare
E troverai qualcuno più adatto a te
È solo tragico perché ho perso qualcuno

Qualcuno
Ho perso qualcuno vicino a me
Qualcuno
Perché ti devo liberare
Qualcuno
Sentendomi sempre in colpa
Qualcuno
Mi hai sempre amato più di me

Quindi ci dirigeremo entrambi in modi separati
Forse il destino ci collegherà più tardi
Ma per ora dimentica quel posto
Perché forse troverai qualcosa di più grande
E un giorno saremo di nuovo amici
E immagino che questo sia solo un cameriere
O forse dimenticherai la mia faccia
È solo tragico perché ho perso qualcuno
Qualcuno (più di me)
E ‘solo tragico perché ho perso qualcuno

Qualcuno
Ho perso qualcuno vicino a me
Qualcuno
Perché ti devo liberare
Qualcuno
Sentendomi sempre in colpa
Qualcuno
Mi hai sempre amato più di me

Qualcuno
Ho perso qualcuno vicino a me
Qualcuno
Perché ti devo liberare
Qualcuno
Sentendomi sempre in colpa
Qualcuno
Mi hai sempre amato più di me

Qualcuno

Qualcuno

Canzone del giorno: Strong – London grammar

Ho sempre adorato perdermi nelle canzoni lente ed evocative, ma con questa ho sempre compiuto un passo in più, perché il testo, con poche semplici parole, riesce a colpire in quei punti deboli che accomunano tanti di noi. “Sì, sembro così forte; sì, sembra che parlo così a lungo: non mi sono mai sbagliata così tanto”. La distanza tra come appariamo e come realmente siamo è un abisso in cui si rischia di sprofondare. E in quelle brevi affermazioni, così piene di rimorso, così malinconiche, c’è tutta la potenza emotiva di una canzone sì lenta, ma anche tanto intensa. Perché tutti abbiamo provato almeno una volta a sembrare forti, tutti abbiamo riempito silenzi con parole raccolte nell’aria, ma non eravamo noi. Succede questo, succede che qualcosa si spezza, e ci si pente di quello che è stato. “Se un bambino, un bambino piange non lo perdoneresti?”, chiede. E’ una domanda lasciata in sospeso, senza una vera e propria risposta, a risuonare nella nostra testa come un ritornello fastidioso. E’ una domanda che va alla ricerca della verità, la nostra verità, e solo noi sappiamo quanto in profondità sia stata nascosta.

Excuse me for a while

While I’m wide-eyed

And I’m so damn caught in the middle

I excused you for a while

While I’m wide-eyed

And I’m so damn caught in the middle

And a lion, a lion roars, would you not listen?

If a child, a child cries, would you not forgive them?

Yeah I might seem so strong

Yeah I might speak so long

I’ve never been so wrong

Yeah I might seem so strong

Yeah I might speak so long

I’ve never been so wrong

Excuse me for a while

Turn a blind eye

With a stare caught right in the middle

Have you wondered for a while?

I have a feeling deep down

You’re caught in the middle

If a lion, a lion roars, would you not listen?

If a child, a child cries, would you not forgive them?

Yeah I might seem so strong

Yeah I might speak so long

I’ve never been so wrong

Yeah I might seem so strong

Yeah I might speak so long

I’ve never been so wrong

Excuse me for a while

While I’m wide-eyed

And I’m so damn caught in the middle

Have you wondered for a while?

I have a feeling deep down

You’re caught in the middle

Yeah I might seem so strong

Yeah I might speak so long

I’ve never been so wrong

Yeah I might seem so strong

Yeah I might speak so long

I’ve never been so wrong

Traduzione:
scusami per un momento
Mentre ho gli occhi sgranati
e sono stata dannatamente presa al centro
ti ho scusato per un po’
Mentre ho gli occhi sgranati
e sono stata dannatamente presa al centro
E un leone, un leone, ruggisce non lo senti?
Se un bambino, un bambino piange non lo perdoneresti?Si sembro così forte
Si sembra che parlo così a lungo
Non mi sono mai sbagliata così tanto
Si sembro così forte
Si sembra che parlo così a lungo
Non mi sono mai sbagliata così tantoscusami per un momento
Chiudo un occhio
mentre rimango ferma nel centro
Ti sei chiesto per un po’ se
Ho una sensazione nel profondo?
tu sei al centro
Se un leone, un leone ruggisce tu non lo senti?
Se un bambino, un bambino piange non lo perdoneresti?

Si sembro così forte
Si sembra che parlo così a lungo
Non mi sono mai sbagliata così tanto
Si sembro così forte
Si sembra che parlo così a lungo
Non mi sono mai sbagliata così tanto

scusami per un momento
Mentre ho gli occhi sgranati
e sono stata dannatamente presa al centro
Ti sei chiesto per un po’ se
Ho una sensazione nel profondo?
tu sei al centro

Si sembro così forte
Si sembra che parlo così a lungo
Non mi sono mai sbagliata così tanto
Si sembro così forte
Si sembra che parlo così a lungo
Non mi sono mai sbagliata così tanto

7 donne acCanto a te – Il concerto di Fiorella Mannoia (2020)

7 donne - AcCanto a te - RAI Ufficio Stampa

A settembre sette cantanti italiane calcheranno il palco dell’RCF Arena di Reggio Emilia. Sarà un concerto interamente dedicato alle donne, i cui proventi andranno a favore dei centri antiviolenza. Sono sette grandi voci, ma in egual modo sette grandi persone, che hanno deciso di donarsi in difesa dei diritti e dei giusti valori: Alessandra Amoroso, Fiorella Mannoia, Elisa, Gianna Nannini, Emma Marrone, Laura Pausini e Giorgia. Un evento a cui non potrò partecipare, ma di cui avrei sicuramente voluto i biglietti, anche solo per il messaggio e per il senso della donazione. Oggi, in attesa di quella data speciale, sono in programma in televisione i concerti di quelle sette donne. Per sette settimane, su Rai3, ogni sabato sera verrà trasmesso uno spezzone di un’ora, con il meglio del loro ultimo concerto.

Sabato 28 marzo. Fiorella Mannoia. Arena di Verona, 2017. Combattente – Il Tour. 

Nella mia testa penso sempre che in pochi, sotto i trent’anni, conoscano Fiorella Mannoia. Io sono tra quelli, e sarà che mio padre l’ha sempre ascoltata, sarà che alcune sue canzoni sono immortali, sarà anche il fatto che come interpreta lei, secondo me ci riescono in pochi. Ma l’ultimo album di Fiorella Mannoia lo ritengo bellissimo. Scritto bene, di una profondità rara, con un filo conduttore a tenerlo insieme, lavorato come una perla grezza da inserire nella collana. Ci sono frasi stupende, ritornelli che ti rimangono in testa, ma che non sono soltanto orecchiabili, no, hanno un qualcosa da dire, e non sono messi lì a caso. Il brano che dà il titolo all’album, “Combattente”, è un inno grandioso alla voglia di lottare per cambiare le cose.

È una regola che vale in tutto l’universo
Chi non lotta per qualcosa ha già comunque perso
E anche se la paura fa tremare
Non ho mai smesso di lottare

Ma all’Arena di Verona, sotto un diluvio incessante, Fiorella Mannoia ha regalato al pubblico un bellissimo spettacolo. Dai vecchi successi storici come “Caffè nero bollente”, “Quello che le donne non dicono”, o la magistrale interpretazione di “Sally”, per poi arrivare a quel brano portato a Sanremo nel 2017, con cui ha sfiorato la vittoria classificandosi al secondo posto. “Nessuna conseguenza” tratta il tema della violenza contro le donne, ma si allontana dalle visioni cupe e negative, va a raccogliere tutta la speranza, tutto il coraggio, tutta la forza che una donna a volte dimentica di avere. E’ un brano con un lieto fine, che emana luce, e che ti investe con la sua voglia prepotente di vivere, e di cambiare le cose.

E invece pensa nessuna conseguenza
Di te so stare senza
Non sei necessario alla mia sopravvivenza
E invece pensa, io non mi sono persa
Di quel che è stato non resta
Nessuna conseguenza

Su quel palco, nella magica Arena, Fiorella non fa quasi mai cantare il pubblico, ma si esibisce per lui, immergendosi nelle canzoni dalla prima all’ultima parola, precisa nell’intonazione, e intensa, emozionante, capace di dare sempre il giusto peso ad ogni frase. Non è, o comunque non sembra a me, una di quelle artiste che si racconta a parole, o che spende interi minuti a scherzare, ed è raro che sia così. Ma questo credo renda i suoi concerti qualcosa di unico. Mi piace quando al primo posto viene messa la musica, quando non vengono dimenticate le vecchie canzoni, quando il pubblico canticchia, ma è la voce dell’artista a guidarlo, aggiungendo emozione all’emozione di chi è sotto al palco. E mi piace quando sono gli artisti stessi a provare quell’emozione. Sul finale di “Le parole perdute”, quando i coriandoli bianchi inondano l’Arena, Fiorella non riesce a trattenere le lacrime, e quella magia, quella di un anfiteatro illuminato, colmo di gente in piedi, e una cantante commossa davanti al suo stesso spettacolo, ecco, è una magia che riesce ad attraversare anche lo schermo del televisore. Non sarà la stessa, non ci sarà dato di vedere tutto il concerto, ma in un’oretta di tempo vuota, penso valga la pena guardarlo. Non accade tutti i giorni di poter godere di un buon concerto, di pura musica suonata dal vivo, e accompagnata da immagini in successione sullo sfondo, a sottolineare il significato di ogni brano, che a volte sfugge ma che spesso, se non sempre, è fondamentale conoscere.

Il taglia e cuci per mettere insieme il meglio del concerto di Verona conserva intatto il finale, con quel mostro sacro che è “Quello che le donne non dicono”. Un inno dedicato alle donne tra i più noti, tra i più cantati a squarciagola, tra i più toccanti e ben scritti, secondo un personalissimo parere soggettivo. Ma ogni volta mi sento inglobata in quel testo, raccontata da quelle parole, inclusa in una dedica universale per tutte le Donne, nessuna esclusa, che non ha mai smesso di emozionare, e di trasmettere verità.

Siamo così, dolcemente complicate
Sempre più emozionate, delicate
Ma potrai trovarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle rose
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì

Post scrittum: pagherei oro per invecchiare come Fiorella Mannoia, 65 anni ma dimostrati quindici di meno, neanche l’ombra di una ruga, alta e magra come vorrei essere io, e con l’energia e lo spirito di una ragazzina. Chapeau.

Musica che unisce – Un concerto da casa (2020)

Un commento a caldo:

Ieri sera è andato in onda uno spettacolo con la S maiuscola, decine di artisti, cantanti, attori, sportivi, che hanno voluto donare un pensiero al nostro Paese, un regalo dal loro salotto di casa, con un pianoforte, una chitarra, una base arrangiata, o con le sole parole. E poi ragazzi, medici, infermieri, che hanno cantato insieme, hanno indossato un sorriso, e in pochi minuti ci hanno insegnato quanto sia preziosa la vita, e quanto valga la pena di combattere, oggi, per salvare quante più vite possibili. È stato magico. Un “Live Aid” tutto italiano, una dimostrazione di affetto, solidarietà, UNIONE, perché solo restando uniti si può vincere quel nemico. Non so cos’altro aggiungere. Non sono all’altezza di recensire un concerto di tale portata emotiva. Solo un apprezzamento a tutti quegli artisti che hanno suonato dal vivo, e che hanno cantato a distanza guardandosi da uno schermo, coordinandosi e ascoltandosi con le cuffie: questa è la vera Arte, con la A maiuscola, quella che non conosce barriere, e che riesce a colmare qualsiasi distanza.

Mi unisco all’enorme grazie rivolto ai medici, agli infermieri, agli operatori sanitari, alla Protezione Civile, a tutti i lavoratori che ogni giorno si alzano, e combattono per salvarci la vita, e che non posso elencare, perché sono tantissimi. Ma grazie anche a chi, ieri sera, ci ha ricordato che l’Italia è un paese pieno di tante belle persone.

Scrivevo ieri:

Sono diventata insofferente alla TV. Non tollero i telegiornali che parlano solo della pandemia, prospettando scenari apocalittici, mesi di reclusione, migliaia di altri morti, e ignorando i tenui segnali positivi che in questo momento restituirebbero forza, e darebbero un po’ di coraggio in più. Sono stufa dei programmi che lucrano sull’emergenza, cercando gli scandali e i segreti di stato per indentificare un colpevole. Non sopporto più i messaggi che invitano a stare a casa e che interrompono la trasmissione dei film: l’ho capito, basta. Ma ho letto che stasera verrà trasmesso qualcosa di diverso.

Innanzitutto, una serata SENZA interruzioni pubblicitarie. Un sogno, forse una favola, direbbe il presidente Mattarella.

Una serata i cui proventi andranno a sostegno della Protezione Civile nella lotta contro il coronavirus. Cantanti, ballerini, attori, sportivi, i nomi si susseguono in una lista impressionante, che abbraccia tutte le arti, e unisce come mai era accaduto prima. Parteciperanno da casa, grazie ad una tecnologia che ci permette di abbattere le distanze, e costruire un grande spettacolo passando da un salotto all’altro. Una sorta di “Live Aid” casalingo, che porti speranza nelle nostre case, e un po’ di buonumore in questi giorni grigi. Donne e uomini che ci regaleranno il loro tempo, la loro arte, senza chiedere nulla in cambio, e arrangiandosi tra le stanze di casa, come noi, che ci stringiamo sullo stesso divano perche lo spazio non basta mai. Unione. Questo ci insegnano, questo ci trasmettono: che se si può fare qualcosa, dare un piccolo aiuto al prossimo, allora vale la pena farlo.

Ecco, dicevo che spesso la televisione ci regala TG catastrofisti e programmi spazzatura, ma forse stasera sarà diverso, forse varrà la pena accenderla, per distrarsi un paio d’ore, per godere di un po’ di musica, di intrattenimento sano, e ritrovare quel senso di appartenenza e di solidarietà che a volte si perde.

Sarà che di questi tempi sto riscoprendo il valore di questa Italia che tanto viene insultata, ma che tanto sta facendo per sopravvivere. Certo, ha commesso errori, e ne commetterà degli altri, ma penso che un poco di fiducia, almeno la mia, se la meriti. Io vorrei costruirmi la vita qui, e se non ci credo io, che ho ventun’anni e tanti sogni nel cassetto, chi ci dovrebbe credere?

Qui la lista di tutti i partecipanti all’evento:

Alessandra Amoroso, Andrea Bocelli, Cesare Cremonini, Brunori Sas, Tiziano Ferro, Diodato, Paola Turci, Elisa, Emma, Ermal Meta, Pinguini Tattici Nucleari, Levante, Marco Masini, Ludovico Einaudi, Gazzelle, Gigi D’Alessio, Francesca Michielin, Francesco Gabbani, Fedez, Mahmood, Riccardo Cocciante, Marco Mengoni, Negramaro, Tommaso Paradiso, Il Volo, Maneskin, Luca Zingaretti, Valentino Rossi, Bebe Vio, Federica Pellegrini, Andrea Dovizioso, Federica Brignone, Gregorio Paltrinieri, Roberta Vinci, Bebe Vio, Roberto Bolle, Paola Cortellesi, Enrico Brignano, Gigi Proietti.

Canzone del giorno: Still breathing – Green Day

Le canzoni dei Green Day non sono sempre di immediata comprensione per me, ma questa, forse più di tutte, mi è parsa così sfaccettata da poter accettare mille interpretazioni. Non mi sono informata subito, perché quel verso del ritornello, quell’improvvisa rinascita dirompente degli strumenti, quella frase, “sto ancora respirando”, mi ha colpita così, dal nulla. Il brano si ispira ai mesi di riabilitazione di Billie Joe Armstrong dalla droga, ma il messaggio universale che emerge è proprio quello del ritornello, “sto ancora respirando da solo”: è importante andare avanti, nonostante le difficoltà, è importante trovare la forza per ricostruire, rialzarsi da terra dopo una caduta, tornare a vedere il sole. Billie rappresenta la battaglia contro i propri demoni, una lotta per migliorare se stesso, il desiderio di dare una svolta alla propria vita.

È emblematico un verso, secondo me. “Sono come un figlio che è cresciuto senza un padre”, cantata da Billie fa effetto, perché proprio lui ha perso il padre a soli dieci anni, e nel video emerge quel dolore, e quel senso di vuoto, che non si possono guarire, forse solo lenire, perchè un padre non può essere sostituito. Billie racchiude in sè queste battaglie e le racconta, in un testo fatto di similitudini e metafore, le racconta nel modo più chiaro possibile, per poi sbatterci in faccia, quasi urlando: “sto ancora respirando”. Come a dire, ce la sto facendo, si può fare, ce la potete fare. A me ha sempre emozionato anche solo qtesto.

I’m like a child looking off on the horizon
I’m like an ambulance that’s turning on the sirens
Oh, I’m still alive
I’m like a soldier coming home for the first time
I dodged a bullet and I walked across a landmine
Oh, I’m still alive
Am I bleeding am I bleeding from the storm?
Just shine a light into the wreckage, so far away, away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way away
My way to you
I’m like a junkie tying off for the last time
I’m like a loser that’s betting on his last dime
Oh, I’m still alive
I’m like a son that was raised without a father
I’m like a mother barely keeping it together
Oh, I’m still alive
Am I bleeding, am I bleeding from the storm?
Just shine a light into the wreckage, so far away, away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way, away, away
As I walked out on the ledge
Are you scared to death to live?
I’ve been running all my life
Just to find a home that’s for the restless
And the truth that’s in the message
Making my way, away, away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way, away, away
‘Cause I’m still breathing
‘Cause I’m still breathing on my own
My head’s above the rain and roses
Making my way, away
My way to you

Traduzione:

Sono come un bambino che distoglie lo sguardo dall’orizzonte
Sono come un’ambulanza che sta accendendo le sirene
Oh, sono ancora vivo

Sono come un soldato che torna a casa per la prima volta
Ho schivato un proiettile e ho camminato sopra una mina
Oh, sono ancora vivo

Sto sanguinando?
Sto sanguinando per la bufera?

Accendi semplicemente una luce nella devastazione,
Così lontano, lontano

Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino altrove
Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino altrove
Il mio cammino verso di te

Sono come un drogato che si mette il laccio al braccio per l’ultima volta
Sono come un perdente che sta scommettendo il suo ultimo centesimo
Oh, sono ancora vivo

Sono come un figlio che è stato cresciuto senza un padre
Sono come una madre che a malapena riesce a tenere insieme le cose
Oh, sono ancora vivo

Sto sanguinando?
Sto sanguinando per la bufera?
Accendi semplicemente una luce nella devastazione,
Così lontano, lontano

Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino altrove
Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino, altrove, altrove…

Mentre camminavo fuori sul terrazzino
Sei spaventato a morte di vivere?
Ho corso per tutta la mia vita
Proprio per trovare una casa, questo è per chi è insoddisfatto
E la verità è che nel messaggio
Sto creando il mio cammino, altrove, altrove

Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino altrove
Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino altrove

Perché sto ancora respirando
Perché sto ancora respirando da solo
La mia testa è sopra la pioggia e le rose
Costruendo il mio cammino altrove
Il mio cammino verso di te

Canzone del giorno: Last friday night (T.G.I.F.) – Katy Perry

Per la serie “musica della mia adolescenza”, rispolvero un brano del 2011, anno in cui frequentavo la terza media, e lo faccio per un semplicissimo motivo: lo ascolto ancora. Il video dura ben otto minuti, e si apre con una Katy Perry in versione dodicenne emarginata, con l’apparecchio, un paio di occhiali enormi, e gli evidenti postumi di una serata allegra. Sembra un cortometraggio per una serie televisiva per ragazzine, dove il brutto anatroccolo si trasforma in cigno e conquista il ragazzo più gnocco della festa. Lo stereotipo delle feste americane viene portato all’esasperazione, e quando i genitori rincasano trovano il caos, compreso il ragazzo gnocco addormentato nel letto con la figlia. Questo è quanto. Cosa c’è di geniale in questa canzone? Ma tutto! Innanzitutto trovo originali i ringraziamenti alla fine del videoclip, in cui vengono citate le comparse in ordine di apparizione. E poi è la dimostrazione di come rendere il trash lo sfondo di una musica divertente, ballabile, che rispecchia le trasgressioni adolescenziali di tutti noi. Racconta i momenti imbarazzanti delle feste con gli amici, i primi vestiti da sera, i primi approcci tra ragazzi e ragazze, e non sarà del tutto realistico, certo, ma scatta sempre il pensiero: “Se ce l’ha fatta Katy Perry, conciata in quel modo, ce la possiamo fare tutti”. Non parliamo di musica di alto livello, non è il brano d’autore che vuole darti una lezione di vita, è una canzone leggera, buffa, a cui sono affezionata perché ci sono cresciuta. Si sentiva ovunque, nei negozi, in radio, nei primi mp3, in un periodo in cui ancora non esisteva Spotify, e si ascoltava lo stesso brano anche per ore di fila. Sarà sempre un ricordo, perché nella mia adolescenza Katy Perry è stata un’icona. Sempre al limite dell’esagerazione, con gli abiti meno sobri in circolazione, in guerra con Lady Gaga per il primato dell’abbigliamento più folle. Ha prodotto gran parte della colonna sonora delle mie scuole medie, canzoni pop commerciali che hanno fatto epoca, la mia epoca, quella dei nati verso la fine degli anni Novanta, e cresciuti con la nuova musica americana. Senza contare il fatto che ad un suo concerto ci andrei anche adesso…

Mi è scesa una lacrimuccia a leggere, questa mattina, che Katy Perry è incinta e diventerà presto madre. Ma quando è successo? Quando è passato tutto questo tempo? Mi sembra ieri che è apparsa con l’apparecchio e gli occhiali a raccontare i venerdì sera degli adolescenti, e adesso io ho ventun anni, e lei sta per mettere al mondo un bambino. Come passano gli anni…

There’s a stranger in my bed
There’s a pounding my head
Glitter all over the room
Pink flamingos in the pool
I smell like a minibar
DJ’s passed out in the yard
Barbie’s on the barbecue
This a hickey or a bruise?
Pictures of last night
Ended up online
I’m screwed
Oh well
It’s a blacked out blur
But I’m pretty sure it ruled, damn
Last Friday night
Yeah we danced on tabletops
And we took too many shots
Think we kissed but I forgot
Last Friday night
Yeah we maxed our credit cards
And got kicked out of the bar
So we hit the boulevard
Last Friday night
We went streaking in the park
Skinny dipping in the dark
Then had a ménage à trois
Last Friday night
Yeah I think we broke the law
Always say we’re gonna stop-op
Oh whoa
This Friday night
Do it all again
This Friday night
Do it all again
Trying to connect the dots
Don’t know what to tell my boss
Think the city towed my car
Chandelier is on the floor
Ripped my favorite party dress
Warrants out for my arrest
Think I need a ginger ale
That was such an epic fail
Pictures of last night
Ended up online
I’m screwed
Oh well
It’s a blacked out blur
But I’m pretty sure it ruled
Damn
Last Friday night
Yeah we danced on table tops
And we took too many shots
Think we kissed but I forgot
Last Friday night
Yeah we maxed our credits card
And got kicked out of the bar
So we hit the boulevards
Last Friday night
We went streaking in the park
Skinny dipping in the dark
Then had a ménage à trois
Last Friday night
Yeah I think we broke the law
Always say we’re gonna stop-op
Oh whoa
This Friday night
Do it all again
This Friday night
Do it all again
This Friday night
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
Last Friday night
Yeah we danced on table tops
And we took too many shots
Think we kissed but I forgot
Last Friday night
Yeah we maxed our credit cards
And got kicked out of the bar
So we hit the boulevard
Last Friday night
We went streaking in the park
Skinny dipping in the dark
Then had a ménage à trois
Last Friday night
Yeah I think we broke the law
Always say we’re gonna stop-op
Whoa-oh
This Friday night
Do it all again
Traduzione:
C’è uno sconosciuto nel mio letto
c’e la testa che mi martella
brillantini in tutta la stanza
Fenicotteri rosa in piscina
puzzo come un minibar
Il dj è svenuto in cortile
ci sono delle barbie al barbecue
questo è un succhiotto o un livido?
Le foto di ieri notte
sono finite sul web,
sono fottuta
oh beh,
è tutto scuro e sfocato
ma sono sicura che è stato fantastico, dannazione
Lo scorso venerdì notte
Si, abbiamo ballato sui tavoli
E abbiamo bevuto troppi bicchierini
penso che ci siamo baciati ma l’ho dimenticato
Lo scorso venerdì notte
Si, abbiamo esaurito le nostre carte di credito
E ci hanno buttato fuori dai bar
E per questo siamo andati sulla via principale
Lo scorso venerdì notte
siamo andati strisciando nel parco
ci siamo immersi nel buio
E poi abbiamo fatto un menage a trois
Lo scorso venerdì notte
Si, credo che abbiamo infranto la legge
Ci dicevamo sempre Ok, ora ci fermiamo”
Whoa-oh-oah
Questo venerdì sera
(rifaremo tutto!)
Questo venerdì sera
(rifaremo tutto!)
Provo a unire i puntini
Non so che dire al mio capo
Credo che la città abbia rimorchiato la mia macchina
Il lampadario è sul pavimento
assieme al mio vestito da festa preferito
Ci sono mandati di cattura per me
Credo di aver bisogno di un ginger ale
È stato un disastro su tutta la linea
Le foto di ieri notte
sono finite sul web,
sono fottuta
oh beh,
è tutto scuro e sfocato
ma sono sicura che è stato fantastico
dannazione
Lo scorso venerdì notte
Si, abbiamo ballato sui tavoli
E abbiamo bevuto troppi bicchierini
penso che ci siamo baciati ma l’ho dimenticato
Lo scorso venerdì notte
Si, abbiamo esaurito le nostre carte di credito
E ci hanno buttato fuori dai bar
E per questo siamo andati sulla via principale
Lo scorso venerdì notte
siamo andati strisciando nel parco
ci siamo immersi nel buio
E poi abbiamo fatto un menage a trois
Lo scorso venerdì notte
Si, credo che abbiamo infranto la legge
Ci dicevamo sempre Ok, ora ci fermiamo”
Oh whoa oh
Questo venerdì sera
(rifaremo tutto!)
(rifaremo tutto!)
Questo venerdì sera
(rifaremo tutto!)
(rifaremo tutto!)
Questo venerdì sera
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
T.G.I.F.
Lo scorso venerdì notte
Si, abbiamo ballato sui tavoli
E abbiamo bevuto troppi bicchierini
penso che ci siamo baciati ma l’ho dimenticato
Lo scorso venerdì notte
Si, abbiamo esaurito le nostre carte di credito
E ci hanno buttato fuori dai bar
E per questo siamo andati sulla via principale
Lo scorso venerdì notte
siamo andati strisciando nel parco
ci siamo immersi nel buio
E poi abbiamo fatto un menage a trois
Lo scorso venerdì notte
Si, credo che abbiamo infranto la legge
Ci dicevamo sempre “Ok, ora ci fermiamo”
Oh whoa oh
Questo venerdì sera
(rifaremo tutto!)

Canzone del giorno: Father and son – Cat Stevens

Sono legatissima a questa canzone, una semplice voce accompagnata dalla chitarra, che mio padre riconosce dai primi accordi e ascolta in silenzio, come me. Cat Stevens riporta un dialogo tra un padre e un figlio, le incomprensioni tra due generazioni lontane, le divergenze tra chi ha già vissuto la propria vita e chi deve ancora trovare la propria strada, e quell’amore che combatte contro sé stesso, perché si vorrebbe che i figli non se ne andassero mai. Forse un giorno partirò anche io, e questo brano mi emoziona come se dovessi andarmene domani. Sfiora quei pensieri che noi figli a volte teniamo nascosti, la nostalgia di casa, dell’infanzia quando tutto era più facile, il bene che vogliamo ai nostri genitori, anche quando si finge di non capirsi mai. E’ un brano speciale, per me, perché i due mondi lontani di un padre e di un figlio riescono finalmente a parlarsi, a completarsi, a unirsi, e con la semplicità poetica del suo testo mi trasporta, come se il padre fosse il mio. “Sei ancora giovane, è questo il tuo problema”, è quella sensazione di poter divorare il mondo, è quella fame di costruire la nostra vita il prima possibile, perché il tempo a volte sembra sfuggirci di mano. Ascoltiamo poco, raccontiamo ancora meno, eppure un padre è sempre lì, con la sua esperienza da donarci, i suoi consigli, il suo bene che vorrebbe tenerci stretti nella culla, come quando eravamo neonati, ma non si può. Cat Stevens mi fa capire mio padre, mia madre, la famiglia, me. Mi fa capire che il nostro legame è forte, e le decisioni che prendono, le cose che mi dicono, sono solo tutto ciò che hanno da offrirmi. Mi fa capire che voglio loro bene, anche se non lo dico quasi mai. E’ una canzone universalmente vera, e piena di amore.

It’s not time to make a change,
Just relax, take it easy
You’re still young, that’s your fault,
There’s so much you have to know
Find a girl, settle down,
If you want you can marry
Look at me, I am old, but I’m happy

I was once like you are now, and I know that it’s not easy,
To be calm when you’ve found something going on
But take your time, think a lot,
Why, think of everything you’ve got
For you will still be here tomorrow, but your dreams may not
How can I try to explain, when I do he turns away again
It’s always been the same, same old story
From the moment I could talk I was ordered to listen
Now there’s a way and I know that I have to go away
I know I have to go
It’s not time to make a change,
Just sit down, take it slowly
You’re still young, that’s your fault,
There’s so much you have to go through
Find a girl, settle down,
If you want you can marry
Look at me, I am old, but I’m happy
All the times that I cried, keeping all the things I knew inside,
It’s hard, but it’s harder to ignore it
If they were right, I’d agree, but it’s them you know not me
Now there’s a way and I know that I have to go away
I know I have to go
Traduzione:
[Padre]
Non è il momento di cambiare,
rilassati, stai tranquillo
Sei ancora giovane, questo è il tuo problema,
ci sono tante cose che devi ancora scoprire,
trovati una ragazza, sistemati,
se vuoi puoi sposarti.
guarda me, sono vecchio ma feliceUn tempo ero come te, so che non è facile
stare calmo quando capisci
che sta succedendo qualcosa
ma prendi tempo, rifletti a lungo
pensa a tutto quel che hai.
Domani tu sarai ancora qui,
ma i tuoi sogni potrebbero scomparire

[Figlio]
Come posso provare a spiegargli?
Quando ci provo lui si gira dall’altra parte
è sempre lo stesso, la stessa storia
dal momento in cui ho imparato a parlare
mi è stato ordinato di ascoltare
ora c’è una via
e io so che devo andare
io so che devo andare

[Padre]
Non è tempo di cambiare
siediti, rilassati
sei ancora giovane, è questo il tuo problema
ci sono ancora tante sfide che devi superare
trovati una ragazza, sistemati
se vuoi puoi sposarti
guarda me, sono vecchio ma felice
[in sottofondo – Figlio]
Lontano, lontano, lontano, io so che
devo decidere da solo

[Figlio]
Tutte le volte che ho pianto,
tenendomi dentro ciò che sapevo
è difficile, ma è ancor più difficile ignorare tutto questo
se fossero stati nel giusto, sarei stato d’accordo,
ma il problema è che non mi conoscete
ora c’è una via
e io so che devo andare via
io so che devo andare
[in sottofondo – Padre]
Rimani, rimani, rimani, perchè vuoi
prendere da solo questa decisione?

Bohemian rhapsody (2018)

Non c’ero quando sono nati i Queen, non c’ero l’anno del Live Aid, non c’ero alla scomparsa di Freddie Mercury. Non conosco alla perfezione la loro storia, ho letto in giro le incongruenze della trama del film, ne ho preso atto per curiosità personale, ma questo cambia molto poco. La pellicola è emozionante. Ricordavo Rami Malek dai tempi di “Una notte al museo”, e non oso immaginare l’immane lavoro che ha compiuto, lo studio e l’interpretazione di un personaggio come Freddie Mercury, complesso, profondo, tormentato. Il film racconta la storia dei Queen dalla loro formazione al Live Aid del 1985, una storia in parte romanzata, ma fedele all’essenza di un gruppo rock che ha fatto la storia della musica. Quello che emerge è una band dalla personalità unica, una capacità creativa fuori dal comune, una voglia di sperimentare contro ogni regola, ogni aspettativa, ogni uso comune, che ancora oggi la rendono moderna, innovativa, senza ombra di dubbio ineguagliabile. Magistrale è l’idea di ispirarsi all’opera per l’album contenente, tra tutte, proprio “Bohemian Rhapsody”, il discusso brano di sei minuti che nel film porta alla rottura con Ray Foster, dirigente della Emi. Un fatto estremizzato, ma che mette in evidenza quanto i Queen fossero una presenza dirompente nel mondo discografico, portatrice di una musica nuova come non era mai stata fatta prima.

“Sarà un disco rock and roll, con la grandezza dell’opera, il pathos della tragedia greca, l’arguzia di Shakespeare, la gioia debordante del teatro musicale. Sarà un’esperienza musicale! Non sarà solo un altro disco.”

La figura di Freddie è centrale nel film, come cantante e parallelamente come persona. Accanto agli sviluppi della band viene mostrato il lato più intimo di Freddie, le sue debolezze, la solitudine, la ricerca difficoltosa del proprio essere. Si racconta del matrimonio con Mary, seguito dalla scoperta della propria omosessualità, viene mostrata la relazione con Paul Prenter e la vita stregolata con lui, le feste alcoliche e le avventure sessuali incontrollate. Luci e ombre di un’esistenza non facile, di un uomo che ha faticato a trovare dei punti di riferimento che non fossero nella musica. Eppure il suo genio, il suo estro artistico, unito a quello di Bryan May, Roger Taylor e John Deacon, hanno dato vita a dei capolavori immortali. La sceneggiatura non dipinge un rapporto idilliaco, non mostra quattro artisti perfettamente unanimi, bensì racconta quel processo creativo fatto di confronti, discussioni, cambiamenti, prove nate dal nulla o da un’idea momentanea. Non è una scrittura convenzionale, come del resto non lo sono i Queen.

Siamo quattro emarginati male assortiti che suonano per altri emarginati: i reietti in fondo alla stanza che sono piuttosto certi di non potersi integrare. Noi apparteniamo a loro

La musica è la protagonista indiscussa del film. Una colonna sonora di 22 brani che anno dopo anno raccontano l’evoluzione della band, la sua crescita e le sue sfaccettature. I costumi sono perfetti, ti catapultano negli anni Settanta e Ottanta, tra i grandi nomi della musica e i grandi concerti, sotto i palchi su cui Freddie si muoveva insieme al microfono. Non solo Rami Malek, ma tutti gli attori sono stati scelti con cura, a immagine e somiglianza dei componenti dei Queen. È un piccolo capolavoro di riproduzione d’immagine, – qualcuno dirà, a discapito della trama -, ma “Bohemian Rhapsody” non vuole essere un documentario. È un film, e come tale regala emozioni, ricordi, la curiosità di informarsi, il desiderio di ascoltare di nuovo la loro musica, forse con un pizzico di consapevolezza in più.

La pellicola si conclude nel 1985 con il Live Aid, l’enorme concerto di beneficenza al Wembley Stadium, organizzato per combattere la fame in Africa. Si conclude prima della malattia di Freddie, quel male incurabile che era l’Aids, e che lo ha portato alla morte nel 1991. Si conclude con quella che è forse una delle immagini più belle della storia della musica. Un palco, uno stadio, 72mila presenze, due miliardi di telespettatori in 150 paesi. E Freddie Mercury, che più di tutti sapeva interagire con il pubblico, Freddie Mercury su quel palco lo ha fatto cantare, rispondere al suo Ay-Oh, battere mani e piedi su “We will rock you”, come se fosse un corpo unico e amico. Freddie Mercury resterà un’icona della musica rock, un performer e cantante unico, una personalità indimenticabile, un artista che tutti, a prescindere dalla generazione, dovrebbero poter ascoltare.

Freddie Mercury: Brian, fermati. Non farlo. Ma in questo momento, rimane tra noi, va bene?, solo noi. Ma per favore, se qualcuno di voi si preoccupa, o aggrotta le sopracciglia o, peggio ancora, se mi annoia con la sua pietà, sono solo secondi sprecati, secondi che potrebbero essere usati per fare musica, perché siete tutto ciò che voglio fare con il tempo che mi rimane. Non ho tempo di essere la loro vittima, il loro ragazzo poster dell’AIDS, la loro storia di ammonimento. No, decido io chi sono. Sarò quello che sono nato per essere, un artista, per dare alle persone ciò che vogliono. Vai in cielo, Freddie fottuto Mercury.

Roger Taylor: Sei una leggenda, Fred.

Freddie Mercury: Hai dannatamente ragione, vero. Noi siamo tutti leggende. Ma hai ragione, io sono una leggenda. Ora dammi la possibilità di mettere in ordine le mie piccole corde vocali, e andremo a fare un buco attraverso il tetto di quello stadio.

John Deacon: In realtà, Wembley non ha un tetto.

Freddie Mercury: Va bene.

Brian May: No, ha ragione, non lo ha.
Freddie Mercury: Allora faremo un buco nel cielo. […] Ora anche se piangete come dolci bambine, vi amo ancora. Va bene, basta.

Canzone del giorno: Zombie – The cranberries

Una canzone del 1994, in cui Dolores O’Riordan denuncia la violenza del conflitto dell’Irlanda del Nord e le bombe di Warrington nel 1993. Era il 20 marzo quando un attentato a Warrington, nel nordovest dell’Inghilterra, uccise Johnathan e Tim, due bambini di appena 3 e 12 anni. Le bombe furono piazzate dall’Ira, l’Irish Republican Army, il gruppo terroristico che rivendicava la fine della presenza britannica in Irlanda del Nord.
Nel conflitto nordirlandese, durato fino alla fine degli anni ’90, hanno perso la vita circa 3000 persone in Irlanda del Nord, in Inghilterra e nella Repubblica d’Irlanda. Dolores affermò: “Zombie è stata ispirata dalla morte di un bambino. La vita gli è stata presa dalle braccia di sua madre. Qualcuno aveva infilato una bomba in un cestino di rifiuti e il bimbo si è trovato al posto sbagliato al momento sbagliato, ed è morto. La ragione per cui era stata messa la bomba aveva a che fare con quel tipo di rivendicazioni politiche e territoriali che si succedono in Irlanda e in Inghilterra“.

Gli uomini sono divenuti zombie, incapaci di riconoscere il male, la sofferenza, inabili a intervenire per riportare la pace, per sanare le ferite e versare le proprie lacrime. Vittime e carnefici sono zombie, anime vuote e prive di una coscienza, ed è forse il dramma peggiore, perchè non esiste una cura. “Quando la violenza causa il silenzio, dobbiamo essere fraintesi”. È un punto di non ritorno. Il silenzio davanti all’orrore della morte. L’apatia davanti alla morte. Esiste qualcosa di peggiore?

Another head hangs lowly
Child is slowly taken
And the violence, caused such silence
Who are we mistaken?

But you see, it’s not me
It’s not my family
In your head, in your head, they are fighting
With their tanks, and their bombs
And their bombs, and their guns

In your head, in your head they are crying

In your head, in your head
Zombie, zombie, zombie-ie-ie
What’s in your head, in your head
Zombie, zombie, zombie-ie-ie ie-ie oh

Du, du, du, du
Du, du, du, du
Du, du, du, du
Du, du, du, du

Another mother’s breaking
Heart is taking over
When the violence causes silence
We must be mistaken

It’s the same old theme
Since nineteen-sixteen
In your head, in your head, they’re still fighting

With their tanks, and their bombs
And their bombs, and their guns
In your head, in your head, they are dying

In your head, in your head
Zombie, zombie, zombie-ie-ie
What’s in your head, in your head
Zombie, zombie, zombie-ie-ie ie-ie oh oh oh

Traduzione:

Un’altra testa pende lentamente
Un bambino è preso lentamente
E la violenza ha causato così tanto silenzio
Ma chi stiamo fraintendendo?

Ma tu lo vedi che non sono io,
non è la mia famiglia
Nella tua testa, nella tua testa stanno combattendo
Con i loro carri armati e le loro bombe
Le loro bombe e le loro pistole

Nella tua testa, nella tua testa stanno piangendo

Nella tua testa, nella tua testa
Zombie Zombie Zombie
Cosa c’è nella tua testa? Nella tua testa?
Zombie Zombie Zombie

Du, du, du, du
Du, du, du, du
Du, du, du, du
Du, du, du, du

Un’altra madre si sta distruggendo
il cuore sta prendendo il sopravvento
Quando la violenza causa il silenzio
Dobbiamo essere fraintesi

E’ lo stesso vecchio tema
dal 1916
Nella tua testa, nella tua testa stanno combattendo

Con i loro carri armati e le loro bombe
Le loro bombe e le loro pistole
Nella tua testa, nella tua testa stanno morendo

Nella tua testa nella tua testa
Zombie Zombie Zombie
Cosa c’è nella tua testa? Nella tua testa?
Zombie Zombie Zombie

Anna e Marco

Sul finir di giornata, in piazza, un ragazzo canta il grande Lucio Dalla. Ed io mi fermo, come attratta da un’invisibile calamita, vivo la magia del momento, senza fretta, senza guardare l’orologio, e mi accorgo che non vorrei più andare via, non vorrei più tornare a casa tra quattro mura, non vorrei smettere di ascoltarlo, in silenzio, mentre la gente mi cammina attorno.

La musica di strada è bellissima.

AcousticTrench (2019)

Siete in cerca di una dose abbondante di dolcezza? Di buona musica e infinita tenerezza? Digitate AcousticTrech su YouTube o su qualsivoglia social network. Vi troverete davanti ad una chitarra, due mani senza volto che la suonano, e un cagnolone color panna, un incrocio tra un Border Collie e un Golden Retriever. Maple the pup, ha un suo profilo su Instagram e fa la sua parte in ogni video, stringendo a sè i suoi peluche, il cappello di Babbo Natale o il pupazzo di Woody, con il muso tra le gambe del suo padrone. È un concentrato di amore, probabilmente la prima attrazione di chi lo vede per la prima volta, è la dimostrazione dell’affetto incondizionato, della venerazione che un cane sa dimostrare. In sottofondo, la musica. Un modo unico di suonare, dolce, morbido, lineare, con pochissime percussioni, una cura attenta della melodia, ed è raro che si preferisca a quei chitarristi spettacolari, che giocano con le accordature, con la cassa armonica, con le ritmiche delle dita sul legno. È raro perché va ascoltato, anche ad occhi chiusi come fa Maple. Dell’artista non si vede mai il volto, le inquadrature sono fatte apposta, e lui stesso lo ha dichiarato:

Non ho mai voluto essere famoso quindi preferisco che l’attenzione sia rivolta alla musica, allo strumento o a Maple (la vera star!)

L’uomo senza volto regala brevi arrangamenti, che non superano quasi mai i tre minuti, ma è capace di spaziare tra gli strumenti più esotici, oltre alla chitarra si contano arpa, pianoforte, batteria, armonica, banjo, ukulele, mandolino, violino, violoncello, glockenspiel, kalimba. Un’orchestra che non si abbandona mai al chiasso, ai rumori forti, agli accordi striduli, il suo è sempre un suono pacato, che basta a sè stesso. A volte è Maple che con una zampa picchia il pedale di una batteria, ne è capace per soli venti o trenta secondi, ma ti scioglie il cuore. Sono un duo bellissimo, inseparabile, che ti cattura anche se di musica non capisci niente, che ti trascina dentro le cover dei brani famosi, ti fa riconoscere le note, senza più la ritmica dei bassi e delle batterie, e ti fa socchiudere gli occhi per un ascolto attento, sereno. Siamo tutti un po’ Maple, quando il musicista suona. E se non c’è lui a cullarsi abbracciato ai peluche, vuol dire che la bravura è reale.

Nel 2019 AcousticTrench ha pubblicato il suo primo album di cover. Per tutti coloro che lo hanno scoperto, si sono commossi, poi affezionati, e infine ne hanno amato la musica, prima di qualunque altra cosa. Perchè quella, in fondo, è ciò che fa emozionare.

Poi c’è Maple, che io seguo assiduamente sui social e che vorrei stritolare di coccole.

Link per gli interessati:

AcousticTrench- Canale Youtub

AcousticTrench su Spotify

AcousticTrench Instagram Account

Canzone del giorno: Dear daughter – Halestorm

Gli Halestorm sono classificati come rock band, a tratti heavy metal, ma la voce di Lzzy Hale ha in sè moltissime sfumature, tanto da riuscire a prestarsi anche ad un brano dolce, pacato, una dedica ad una figlia che si accinge a conoscere il mondo. Il testo è semplice, diretto, sono le parole sincere di una madre che promette di esserci sempre, e che prova a spiegare alla propria bambina quanto la vita sia piena di tutto, di amore, di dolore, di speranza, di paura. È una lettera per tutti coloro che sono figli, un messaggio che Lzzy Hale trasmette appieno, giocando con la propria voce e rinunciando alle sonorità dure, agli assoli violenti, perchè in fondo non servono. Per parlare ad una figlia bastano le frasi giuste, e quell’amore che viaggia attraverso i gesti, gli sguardi, un abbraccio in silenzio quando serve, e la capacità di lasciare andare. “La vita ti lancia verso l’ignoto, e ti senti come se fossi là fuori tutta sola“, una madre lo sa, e sa come colmare quel vuoto, anche quando i figli cominciano a voler uscire da soli, anche quando la loro stanza ha sempre la porta chiusa, anche quando si ribellano, perchè crescere è così complicato. “Cara figlia, non perderti mai, ricordati che sei unica“, è forse l’insegnamento più importante di tutti, ma al tempo stesso il più difficile. Una madre lo ripeterà sempre, perchè con i figli vi è un legame speciale, indissolubile, che si trasforma anno dopo anno e cresce con loro. Il dono della vita è prezioso, e quel momento, quello del parto, è quello in cui forse tutte queste parole vengono alla luce. La responsabilità di una madre che vive accanto ai propri figli, e che non potendo scegliere al posto loro, prova a condurli verso la felicità.

Da figlia, ad ogni ascolto mi commuovo. Immagino che siano gli stessi pensieri di mia madre, o di mio padre, perchè in fondo è un po’ un legame universale, un amore sacro e impareggiabile che non si può descrivere, ma forse in qualche modo si può comunicare. Con una canzone, ad esempio. Perchè spesso i figli sono duri d’orecchi e non stanno a sentire, ma se un brano parla dritto al cuore il messaggio arriva, forte e chiaro.

Questi sono gli Halestorm, in una versione da ballata e in un mondo lontano dall’hard rock.

Dear daughter
Hold your head up high
There’s a world outside
That’s passing by
Dear daughter
Never lose yourself
Remember that
You’re like nobody else

As life throws you in
To the unknown
And you feel like you’re
Out there all alone

These are words
That every girl
should have a chance to hear
There will be love
There will be pain
There will be hope
There will be fear
Through it all year after year
Stand or fall I will be right here
For you

Dear daughter
Don’t worry about those stupid girls
If they try to bring you down
It’s cause they’re scared and insecure
Dear daughter
Don’t change for any man
Even if he promises the stars
And takes you by the hand

Life throws you in
To the unknown
And you feel like you’re
Out there all alone

These are words
That every girl
should have a chance to hear
There will be love
There will be pain
There will be hope
There will be fear
Through it all year after year
Stand or fall I will be right here
For you

Dear daughter
I was just like you
And just like me
You’re gonna make it through

These are words
That every girl
should have a chance to hear
There will be love
There will be pain
There will be hope
There will be fear
Through it all year after year
Stand or fall I will be right here
And after all I will be right here
For you

Traduzione:

Cara figlia
Tieni la testa alta
C’è un mondo la fuori
che sta passando
Cara figlia
Non perderti mai
Ricordati che
Sei unica

Mentre la vita ti lancia
verso l’ignoto
e ti senti come se fossi
là fuori tutta sola

Queste sono parole
che ogni ragazza
dovrebbe avere la possibilità di ascoltare
Ci sarà amore
Ci sarà dolore
Ci sarà speranza
Ci sarà paura
Attraverso tutto questo anno dopo anno
In piedi o caduta, io sarò qui
per te

Cara figlia
non preoccuparti di quello stupide ragazze
se cercano di buttarti giù di morale
È perché sono spaventate e insicure
Cara figlia
Non cambiare per nessun uomo
anche se ti promette le stelle
e ti prende per mano

La vita ti lancia
verso l’ignoto
e ti senti come se fossi
là fuori tutta sola

Queste sono parole
che ogni ragazza
dovrebbe avere la possibilità di ascoltare
Ci sarà amore
Ci sarà dolore
Ci sarà speranza
Ci sarà paura
Attraverso tutto questo anno dopo anno
In piedi o caduta, io sarò qui
per te

Cara figlia
Ero proprio come te
e proprio come me
tu ce la farai

Queste sono parole
che ogni ragazza
dovrebbe avere la possibilità di ascoltare
Ci sarà amore
Ci sarà dolore
Ci sarà speranza
Ci sarà paura
Attraverso tutto questo anno dopo anno
In piedi o caduta, io sarò qui
E dopo tutto io sarò qui
per te

Canzone del giorno: Demons – Imagine Dragons

“Guarda nei miei occhi, è dove i miei demoni si nascondono”. Tutti abbiamo dei demoni nascosti dentro di noi, celati a chi potrebbe prenderli e usarli contro di noi, a chi giudica senza sapere, a chi non ci conosce. Conserviamo quelle pagine oscure di paure ed errori, quei momenti della nostra vita che ci hanno fatto stare male, o che hanno ferito qualcuno, o noi. Le conserviamo con la sola immortale speranza, ed insieme certezza, che le persone giuste sappiano trovare quei demoni, che sappiano perdonarci, e aiutarci a vincerli una volta per tutte. Perché non è facile affrontarli da soli, è come combattere contro la nostra immagine, riflessa su di uno specchio, e tra la rabbia, la vergogna e la pietà il pugno si apre, la battaglia viene sempre rimandata. Gli Imagine dragons hanno costruito un brano carico di quella forza, quella rabbia in via di guarigione che i demoni interiori portano con sé, regalando l’appiglio finale di speranza a chi ascolta, e si riconosce completamente.

When the days are cold
And the cards all fold
And the saints we see
Are all made of gold
When your dreams all fail
And the ones we hail
Are the worst of all
And the blood’s run stale
I want to hide the truth
I want to shelter you
But with the beast inside
There’s nowhere we can hide
No matter what we breed
We still are made of greed
This is my kingdom come
This is my kingdom come
When you feel my heat
Look into my eyes
It’s where my demons hide
It’s where my demons hide
Don’t get too close
It’s dark inside
It’s where my demons hide
It’s where my demons hide
When the curtain’s call
Is the last of all
When the lights fade out
All the sinners crawl
So they dug your grave
And the masquerade
Will come calling out
At the mess you made
Don’t want to let you down
But I am hell bound
Though this is all for you
Don’t want to hide the truth
No matter what we breed
We still are made of greed
This is my kingdom come
This is my kingdom come
When you feel my heat
Look into my eyes
It’s where my demons hide
It’s where my demons hide
Don’t get too close
It’s dark inside
It’s where my demons hide
It’s where my demons hide
They say it’s what you make
I say it’s up to fate
It’s woven in my soul
I need to let you go
Your eyes, they shine so bright
I want to save their light
I can’t escape this now
Unless you show me how
When you feel my heat
Look into my eyes
It’s where my demons hide
It’s where my demons hide
Don’t get too close
It’s dark inside
It’s where my demons hide
It’s where my demons hide
Traduzione:

Quando i giorni sono freddi
E le carte sono piegate
E i santi che vediamo
Sono tutti fatti d’oro

Quando tutti i tuoi sogni falliscono
e le persone che salutiamo
sono le peggiori fra tutti
e scorre vecchio sangue

Voglio nascondere la verità
Voglio proteggerti
Ma con la bestia dentro me
Non c’è posto per nascondersi

Non importa quale sia la nostra razza
Siamo ancora fatti d’invidia
Questo è il mio regno che arriva
Questo è il mio regno che arriva

Quando senti il mio calore
Guarda nei miei occhi
È dove i miei demoni si nascondono
È dove i miei demoni si nascondono
Non avvicinarti troppo
Dentro di me c’è il buio
È dove i miei demoni si nascondono
È dove i miei demoni si nascondono

Quando il calo del sipario
È l’ultima cosa
Quando la luce si spegne
Tutti i peccatori strisciano

E così scavano la tua fossa
E la tua finzione arriva chiamandoti
per il casino che hai fatto

Non voglio abbatterti
Ma sono legato all’inferno
Nonostante tutto questo sia per te
Non voglio nasconderti la verità

Non importa quale sia la nostra razza
Siamo ancora fatti d’invidia
Questo è il mio regno che arriva
Questo è il mio regno che arriva

Quando senti il mio calore
Guarda nei miei occhi
È dove i miei demoni si nascondono
È dove i miei demoni si nascondono
Non avvicinarti troppo
Dentro di me c’è il buio
È dove i miei demoni si nascondono
È dove i miei demoni si nascondono

Dicono sia ciò che fai
Io dico che dipende dal destino
È intrecciato con la mia anima
Ho bisogno di lasciarti andare

I tuoi occhi brillano così luminosi
Voglio salvare la loro luce
Non posso fuggire da tutto questo ora
A meno che non mi mostri come fare

Quando senti il mio calore
Guarda nei miei occhi
È dove i miei demoni si nascondono
È dove i miei demoni si nascondono
Non avvicinarti troppo
Dentro di me c’è il buio
È dove i miei demoni si nascondono
È dove i miei demoni si nascondono

Canzone del giorno: The greatest love of all – Whitney Houston

La voce di Whitney Houston è LA voce, una delle più famose ed emozionanti, uniche e senza tempo. E’ un brano tra i più noti, ma non è forse il più conosciuto. Del resto parlo con l’ignoranza di chi la musica la vive ma non la può giudicare, non può comprendere l’intero lavoro che vi sta dietro, e spesso fatica a distinguere un buon prodotto da un altro eccezionale. Ma Whitney è un idolo. Una donna speciale, che ha vissuto anni non facili, e che ci ha lasciati in eredità una musica forte, immortale. Quando la canzone esplode, mi premono sul cuore le sue parole: “l‘amore più grande è facile da raggiungere imparando ad amare te stesso”. Amare se stessi. E diamine, quante volte purtroppo ce ne dimentichiamo! Mi emoziona ogni volta, perchè forse abbiamo tutti bisogno di sentircelo dire per ricordarlo. “Ho deciso tanto tempo fa di non camminare nell’ombra di nessuno, se fallisco, se ho successo, alla fine ho vissuto come ho creduto giusto“. Ci vuole coraggio, determinazione, non è facile seguire unicamente il proprio istinto, perchè il mondo è dannatamente rumoroso, pettegolo, invadente. Ma ne vale la pena.
I believe the children are our are future
Teach them well and let them lead the way
Show them all the beauty they possess inside
Give them a sense of pride to make it easier
Let the children’s laughter remind us how we used to be
Everybody searching for a hero
People need someone to look up to
I never found anyone who fulfill my needs
A lonely place to be
And so I learned to depend on me
I decided long ago
Never to walk in anyone’s shadows
If I fail, if I succeed
At least I’ll live as I believe
No matter what they take from me
They can’t take away my dignity
Because the greatest
Love of all is happening to me
I found the greatest
Love of all inside of me
The greatest love of all
Is easy to achieve
Learning to love yourself
It is the greatest love of all
I believe the children are our future
Teach them well and let them lead the way
Show them all the beauty they possess inside
Give them a sense of pride to make it easier
Let the children’s laughter remind us how we used to be
I decided long ago
Never to walk in anyone’s shadows
If I fail, if I succeed
At least I’ll live as I believe
No matter what they take from me
They can’t take away my dignity
Because the greatest
Love of all is happening to me
I found the greatest
Love of all inside of me
The greatest love of all
Is easy to achieve
Learning to love yourself
It is the greatest love of all
And if, by chance, that special place
That you’ve been dreaming of
Leads you to a lonely place
Find your strength in love
Traduzione:

Io credo che i bambini siano il nostro futuro

Insegnate loro bene

E lasciali seguire la loro strada

Mostra loro tutta la bellezza

Che possiedono dentro di loro

Dare loro un senso di orgoglio

Per renderlo semplice

Lascia che le risate dei bambini

Ci ricordino come eravamo

Ognuno è in cerca di un eroe

Le persone hanno bisogno di qualcuno a cui fare riferimento

I non ho mai trovato nessuno

Che abbia soddisfatto le mie necessita

Un posto solitario dove stare

E così ho imparato a contare su me stessa

Ho deciso tanto tempo fa

Di non camminare nell’ombra di nessuno

Se fallisco, se ho successo

Alla fine ho vissuto come ho creduto giusto

Non importa cosa mi hanno tolto

Non mi possono togliere la dignità

Perché l’amore più grande

sta succedendo a me

Ho trovato l’amore più grande

Dentro di me

L’amore più grande

È facile da raggiungere

Imparando ad amare te stesso

Questo è l’amore più grande

Io credo che i bambini siano il nostro futuro

Insegnate loro bene

E lasciali seguire la loro strada

Mostra loro tutta la bellezza

Che possiedono dentro di loro

Dare loro un senso di orgoglio

Per renderlo semplice

Lascia che le risate dei bambini

Ci ricordino come eravamo

Ho deciso tanto tempo fa

Di non camminare nell’ombra di nessuno

Se fallisco, se ho successo

Alla fine ho vissuto come ho creduto giusto

Non importa cosa mi hanno tolto

Non mi possono togliere la dignità

Perché l’amore più grande

sta succedendo a me

Ho trovato l’amore più grande

Dentro di me

L’amore più grande

È facile da raggiungere

Imparando ad amare te stesso

Questo è l’amore più grande

E se per caso quel posto speciale

Di cui tu hai sognato

Ti porta in un posto solitario

Trova la tua forza nell’amore

Annie e Hanna diventano Hannie (2019)

Raramente ho trovato un duo così giovane e così legato da una profonda alchimia. “Hannie” come entità unica nasce nel 2017, ma le due ragazze si sono conosciute già dai tempi dell’università. Hannah Koppenburg, tedesca di nascita, e Annie Wagstaff, originaria di Surrey, hanno studiato insieme al Berklee College of Music, e una volta finiti gli studi si sono trasferite a East London, trasformando il salotto in un vero e proprio studio di registrazione. Come si sono fatte conoscere? Tramite il web. Hanno iniziato a pubblicare video online, cover strumentali realizzate con svariate tastiere, chitarre e una loop station. E in diciotto mesi hanno raggiunto 300000 followers, hanno pubblicato sei singoli, con la collaborazione, tra gli altri, di Ralph, Carys Selvey, Embody, hanno potuto suonare a Omeara, a Camden Assembly, ai Festivals in Svizzera, a Dubai, hanno fatto pazzie, come registrare in cabinovia, o sul balcone della propria finestra, o abusivamente su un ponte di Londra. Due vite dedite alla musica in una maniera tutta loro, incredibilmente casalinga e funzionale, d’impatto nella sua semplicità. Hannah suona le tastiere, Annie le chitarre, mentre le percussioni sono realizzate con un multipad o una batteria, e la loop station o un programma del PC mettono insieme le melodie. Sono note ripetute a oltranza, strumenti sovrapposti a turno in una somma continua. È tutto elettronico, tutto, tranne la loro capacità di suonare. E sembra una cavolata, detta così, ma perché sia un buon lavoro ci vuole intesa, sintonia, sia umana che artistica. Quello che emerge più di tutto dalle loro brevi registrazioni è proprio questo: loro si divertono, creano, dimostrano conoscenza della musica, grande inventiva, partono da zero e realizzano un’intera base, nel proprio salotto di casa e con i soli strumenti musicali. Si girano su se stesse, cambiano strumento in un secondo, si sfilano e infilano chitarre e bassi dal collo, con una mano picchiano il multipad e con l’altra la tastiera. E’ un’arte che si discosta totalmente dal canto o dal lavoro delle pop star, loro producono musica, sono quelle persone che lavorano sugli arrangiamenti, sulle basi, sui suoni, quelle che mettono insieme gli strumenti analizzandoli uno per uno, e trasformandoli in una cosa sola. E’ un processo creativo che nelle canzoni difficilmente si vede, eppure Hannie è la dimostrazione che un testo non basta, e a volte un testo non è necessario. Si può divertire ed emozionare con la musica senza microfoni o parole. Basta isolarsi in silenzio e seguire le melodie, le tastiere che si sovrappongono, la chitarra che riempie gli spazi vuoti, le percussioni che trainano il tutto, poi spariscono, e rimane solo un’atmosfera quieta, sospesa, e cambia un accordo, cambia il ritmo, chi ascolta si sorprende della quantità immensa di variazioni che una canzone può avere. Quando non c’è un testo a coprire la musica, la si lascia parlare liberamente e con forza, protagonista indiscussa e densa di significati. Forse qualcuno non ci capirà niente, forse nemmeno io in realtà ho capito davvero. Ma è difficile non rimanere sorpresi vedendo due ragazze in calzini e maglietta, sorridenti, voltate schiena contro schiena, con i propri strumenti in mano e sullo sfondo i muri di casa, vederle riuscire a trasformare quei suoni sconnessi in un’armonia perfettamente legata, a volte ritmata, a volte più calma, a volte psichedelica. E’ bellissimo. Sembra quasi che la canzone stia nascendo lì, in quel preciso istante, da sola, seguendo note istintive suonate a caso. Invece dietro c’è uno studio complesso, una ricerca, una struttura portante che noi comuni mortali e ignoranti non possiamo vedere.

Hannie ha pubblicato anche sei singoli, disponibili su Spotify, scritti e co-prodotti da loro. Sono tutti realizzati in collaborazione con altri cantanti, che mettono al servizio del duo musicale le proprie voci. Sono canzoni che potrebbero somigliare molto alle hit commerciali di artisti internazionali, ma le basi sono dei gioiellini, mai uguali e mai fuori luogo. Sfido chiunque a non muovere almeno un piede a ritmo con la musica, e ve lo sto dicendo io che notoriamente sono una mummia fissa sulla sedia. Sono canzoni che non puntano tanto sul testo quanto sul connubio tra testo e arrangiamento, sono protagonisti di pari importanza, dove non possiamo parlare di sottofondo, ma di base strumentale di rilievo. Chi ascolta e sente a volte la voce di un uomo, forse si domanda chi siano queste Hannie di cui vi ho parlato. Ecco, loro sono là dietro, nascoste, a produrre quella musica che emerge con vigore, e che accompagna le voci di volta in volta diverse incastonate tra le note.

Link per gli interessati:

Hannie – Canale Youtube

Hannie su Spotify

Hannie Instagram Account Annieplaysguitar Instagram Account Hannahplayskeys Instagram Account

Citazione di un artista osannato che non riesco a comprendere (2019)

Per la serie artisti osannati che non riesco a comprendere, aggiungo alla lista in continuo aggiornamento un nome: Sfera Ebbasta. Sì, il trapper dai capelli rosa. Quello con un sedere tatuato sul collo. Quello della strage di Corinaldo. Non che sia colpa sua, questo no, ma il concerto in cui sono morti 6 ragazzini e feriti 59, era il suo. Per un dannato spray al peperoncino, ma anche per le regole sulla sicurezza non rispettate. Ha mandato una lettera ai genitori delle vittime, ha promesso loro vicinanza e di andarli a trovare. Non si è mai più visto. Beh, forse in certi casi è meglio tacere che parlare a sproposito.

Ma andiamo oltre. Parliamo della musica. È un caso interessante, davvero. Tra la moltitudine di barriti, in mezzo a uno YO e uno YAH, possiamo citare:

“Me ne fumo cinque all’ora si, per davvero / E farò una rapina, rrrrahh, per davvero / I frà fanno le bustine, mh, per davvero / E poi le vendono in cortile, mh, per davvero / Scippiamo una puttana, sì, per davvero / Io lo faccio per davvero”

“Nella tomba mi voglio portare soldi ed erba / Ma prima di andarci voglio uscire dalla merda”

“Quanto sei porca dopo una vodka / Me ne vado e lascio un post-it sulla porta / Le more, le bionde, le rosse, le mechesate / vestite da suore o con le braccia tatuate / Le alternative, le snob pettinate, spettinate sotto le lenzuola ubriache”

“E vieni qua, mentre fumo un blunt / Ti verso la Sprite sul baby doll / Siamo rock ‘n’ roll / Al mio collo flash, flash / Foto, woo, ti compro una borsa di Dior / Ti penso my love, yah”

Codeste poetiche corbellerie vengono cantate anche da ragazzini in età da scuole medie, bambini incoscienti abbandonati a se stessi, privi di un adulto che indirizzi la loro strada, che spieghi loro il perchè non sia musica adatta, forse nemmeno vera e propria musica. No, quell’adulto li porta addirittura ai concerti.

Certo, non è colpa sua se il suo personaggio funziona. È il suo lavoro, gguadagna bene, sa come campare di questo.

MA. Motivo per cui ho deciso di soprassedere a tutti i “non è colpa sua”, e sfogare la mia incomprensione una volta per tutte. Sfera Ebbasta siede quest’anno al tavolo dei giudici di X factor. Un talent che ha visto dietro al banco artisti del calibro di Morgan, Manuel Agnelli, Mika, Skin, perfino Fedez, che una cultura musicale ha dimostrato di averla e di saparla usare. Poi è arrivato lui, il trapper del momento, personaggio controverso, discusso, osannato e criticato, perché l’importante è che se ne parli. Certo, ma fino ad un certo punto. Anche alle castronerie c’è un limite.

“Al giorno d’oggi la musica non è solo il brano.. un fan si affeziona all’artista e sta meno attento alle sfaccettature, agli errori. Penso che ci siano tantissimi esempi di artisti che non erano impeccabili musicalmente ma che con lo stile sono riusciti a conquistare le classifiche“.

Ah, la musica non è solo il brano. La musica può essere anche solo stile. Così, ‘fanculo ai testi, ai contenuti, alle melodie, l’importante è il cantante abbia stile. Mi giunge nuova. Pensavo che stessimo parlando di canto, non di cabaret. Bello l’insegnamento alle nuove generazioni, che già sono bombardate da discutibili personaggi fotocopie di Sfera Ebbasta, con i tatuaggi in faccia, l’ossessione per le droghe, catenacci d’oro al collo e magliette psichedeliche. Non era mica sufficiente, ora insegnamo loro che non conta più quello che si fa o si dice, conta come lo si fa o lo si dice. Della serie, se vuoi fare o dire una cazzata, fallo con stile e sarai applaudito. Ma no. Ma perchè. Va bene una stonatura, va bene una canzone leggera ogni tanto, va bene un’acconciatura riconoscibile, ma il brano È l’artista. Nel brano ci deve essere l’artista, Se sei stonato, canti delle boiate e ti vesti come uno scappato di casa, per definizione artista non lo sei. Punto. Magari sei in vetta alle classifiche, collezioni dischi di platino e la gente ti adora. Ma non sei un artista.

Eccellente la risposta di Malika Ayane:

“Per diventare fan di qualcuno il disco è la prima cosa, puoi avere anche il cappello degli indiani ma non basta. Non sto dicendo che la personalità valga meno del contenuto, sto dicendo che però se fai i dischi quella deve essere la prima cosa, dopo ti guarda e dice quanto sei figo!, ma prima gli piace quello che dici e quello che suoni”.

Ovviamente è ancora pura utopia.

Tre artisti osannati che non riesco a comprendere (2019)

Vi assicuro che sono disposta a cambiare idea. Sono pronta a farmi illuminare sui motivi per cui il pubblico, solo a sentire i loro nomi, esplode in boati entusiasti al limite del fanatismo. Sono pronta a farmi spiegare il perché la critica li decanti come rivelazioni della musica internazionale.

Thegiornalisti, Achille Lauro, Billie Eilish. Tre nomi una garanzia.

Comincio con Tommaso Paradiso, a mio modestissimo parere un frontman discutibile e un cantante opinabile. Non penso di averlo mai visto senza un paio di occhiali da sole, che sia agosto o dicembre poco importa, sempre vestito tamarro con i pantaloni XXL, qualche catena al collo, qualche magliettina della salute o un berretto da spacciatore in testa. Metà popolazione femminile lo ritiene bello, al limite del bellissimo. Al che mi domando se metà popolazione femminile non soffra di miopia acuta e si rifiuti di portare gli occhiali. Mi sembra uno scappato di casa finito sul palco per caso.

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Poi, altro tasto dolente: i testi. Quei testi che il pubblico acclama come rivoluzionari, il vero cantautorato d’amore, poesie supreme da Nobel per la letteratura. Allora cito testualmente:

“Sai che ho vinto il mondiale da quando ci sei, sei la nazionale del 2006”

“Sotto il cielo, sotto il cielo, di Berlino, di Berlino, mangio mezzo panino”

“Love mio, sto cercando su Google i nei sulla pelle”

“Ti mando un vocale di dieci minuti soltanto per dirti quanto sono felice”

Un’analisi del testo? Perché davvero, non sono mai state il mio forte, forse mi sfugge qualche riferimento geniale, qualche significato nascosto, non lo so. Mi è soltanto rimasto impresso che codesto individuo, all’inizio della sua carriera, si permise di definire le canzoni di Ed Sheeran “musica vuota, senza senso”. E vorrei capire da quale pulpito sia arrivata la critica. Sono interessata, veramente.

Proseguo la carrellata con lo stravagante e innovativo Achille Lauro, a cui sono stati attribuiti i generi più svariati, dalla trap al rock passando per il pop e il metal. Forse ha fatto un mischione di tutto, ecco perché non capisco come classificarlo. Io non mi fermo mai all’aspetto esteriore di una persona, sia chiaro, ma va ammesso che gli abbigliamenti sul palco e fuori dal palco di Achille Lauro sono degni di nota, ed Enzo Miccio probabilmente avrebbe già gridato TANA PER L’ORRORE! da anni.

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Una combinazione di western, Lady Gaga dei tempi d’oro, e una pornostar. Non male. Ma procediamo con le canzoni, che vengono ormai definite liriche futuriste, il futuro della musica italiana, una ventata di aria fresca in mezzo alla mediocrità.

“Guarda ma’ (la la la la), in testa ho un casino, in piedi sul motorino baby, le voilà”

“No, non è un drink è Paul Gascoigne, no, non è amore è un sexy shop (oh Dio), un sexy shop sì sì, è un Van Gogh”

“La Luna sopra un piatto bianco, intestato c’è un cazzo, sì, ma al collo c’ho il Pantheon”

“Camicia aperta (oddio), delinquente, occhiaie e Porsche, Kate Moss, paradiso di Star (oh yeah), su una Rolls (baby come on)”

Ma sono i rebus della settimana enigmistica?

Immaginateli su una base elettronica, riempiti di autotune che pare una radio rotta, bofonchiati da un tizio vestito di paillettes e cappelli da cowboy con dei tatuaggi in faccia. A quanto pare questo è il futurismo dei tempi moderni. Sarà, ma qualcuno trova spesso nei suoi testi dei riferimenti alla droga, e non stento a crederci, del resto va interpretato, perché la sintassi è stata demolita dall’inizio alla fine.

Ultima ma non per importanza, il fenomeno virale che da qualche mese a questa parte ha fatto la sua comparsa sulla scena. Billie Eilish, nata nel 2001, esponente dell’indie ed elettropop internazionale. A vederla ricorda un po’ la bambola assassina, tutta impanata di borchie e cinturoni, con gli anfibi militari e il ciuffo nero sugli occhi.

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Che poi nella realtà sarebbe anche bellina, ma de gustibus non disputandum est, i gusti non si discutono.

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Quello di cui non mi capacito è l’entusiasmo collettivo per le sue canzoni. Ho provato ad ascoltare il disco intero, ma al terzo brano ero in uno stato depressivo disperato e mezzo addormentato. Al che ho pensato: forse non ho capito bene i testi. E in effetti la ragazza scrive anche bene:

“I’ve been walking through a world gone blind, can’t stop thinking of your diamond mind, careful creature
(Ho camminato attraverso un mondo diventato cieco, non riesco a smettere di pensare alla tua mente di diamante, creatura attenta)

“My mommy likes to sing along with me, but she won’t sing this song, if she reads all the lyrics, she’ll pity the men I know”
(A mia mamma piace cantare insieme a me, ma lei non canterà questa canzone, se legge tutti i testi, pietà degli uomini che conosco)

E’ ancora giovane, sa scrivere, ma gli arrangiamenti mi ricordano di più un jingle pubblicitario che una canzone vera e propria. Non ha quella che si definisce una bella voce, il suo è un sussurro, un lamento di chi si sveglia all’alba e non ha ancora preso il caffè, un borbottio che spesso faccio fatica perfino a decifrare, travolto dall’arrangiamento che fa sembrare il tutto un messaggio alieno psichedelico. Sarà il genere che è nato così, sarò io che ho la mente un po’ chiusa a certe sonorità strane. Ma effettivamente “Bad guy” è stata usata anche come jingle pubblicitario, quindi forse forse qualche ragione…

Ecco, io non ho pregiudizi. Vi assicuro che ho provato ad ascoltare i lavori di tutti e tre gli artisti, mi sono incuriosita, ho dato loro più di una possibilità. Ma non ha funzionato. Vanno oltre le mie capacità di comprensione. E dire che se ne parla ovunque, in televisione, sui social, sui giornali nella sezione cultura, ma io ho letteralmente un rifiuto verso le loro canzoni. Se passano in radio, cambio stazione. Se Spotify me li consiglia, passo oltre. E rimango con la curiosità di capire cosa sentano tutti gli altri che io non percepisco proprio.

Un aiuto da casa?

Canzone del giorno: Buona (cattiva) sorte – Tiziano Ferro

Io sono una grande estimatrice di Tiziano Ferro, conosco a memoria tutti quei brani da mai-una-gioia, appena passa in radio canto a squarciagola DI SEREEE NEEEREEE. Insomma, il Tiziano dei tempi sfortunati in amore, quello in cui molti si sentivano compresi, e si poteva seguire la musica facendo la ola con le braccia, perché la melodia era dolce e zuccherosa. In questa canzone non so cosa sia successo. Mi sembra un’involuzione ai primi tempi di “Rosso relativo”, con le basi dei Dj da discoteca di Mykonos e gli effetti distopici dei rapper autotunati. ‘Na tragedia. Neanche il buon Jovanotti, che pure lui si è buttato a capofitto nella musica da venerdi sera universitario nei locali, neanche lui è arrivato a un tale stravolgimento. Tizianone nazionale, mi sento tradita. Mi mancano le canzoni strappalacrime con le note lunghe, il pianoforte in sottofondo, il sussurrato nelle strofe, i ritornelli che urlavano SO’ SFIGATOOO e tutti noi in coro a cantare con te. Spiace dirlo, ma l’arrangiamento di questa canzone per me è un obbrobrio. Ed è un peccato, perché il testo non è brutto, anzi. Scritto da una giovane autrice, Giordana Angi, appena venticinquenne. È un peccato, perché con quei suoni elettronici psichedelici, con quelle basi robotiche, con questi ritmi TUMTUMTUM da discoteca, uno si distrae e il testo non lo ascolta nemmeno. Sarà che sono restia ad accettare certi stravolgimenti, ma spero che questo esperimento termini sul nascere e non si spinga oltre. Proteggete l’album in uscita da queste malvagie contaminazioni, vi prego. Poi oh, magari solo io sono così radicalmente negativa, non lo so. Ma preferisco leggermi il testo in silenzio e apprezzarlo almeno così. A me il TUMTUMTUM da discoteca deconcentra.
Hai gli occhi di tuo padre
La bocca di tua madre
Sul tuo viso loro due stanno ancora insieme
Ti ha distrutto l’amore
È il mio stesso veleno
26 lettere ed ancora non ci chiamiamo
È un dolore di lusso il tuo
Scritto di inchiostro nero che
Getti sopra i vetri se non ti piace
Ciò che vedi
Non preoccuparti, amore mio
Esisti tu esisto solo io
Ci rinnegano, ci lapidano
E noi con quelle pietre
Costruiremo una parete
Nella buona cattiva sorte
Io l’amerò, l’amerò fino alla morte
Nella buona cattiva sorte
Io l’amerò, l’amerò fino alla morte
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, fino a che
Non finirà
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, finirà
Fino alla morte, finirà
E ora baciami forte
Tra i dipinti al museo
Mentre urli “sei cambiato”
E io rispondo “non è vero”
È un amore di lusso il mio
Scritto pure di lacrime
E dall’ossessione per il sapore del dolore
Tu vuoi scegliere per mestiere
Di diventare il mio carceriere
Non capisco qual è il trucco
Ma capisco qual è il piano
Controllare da lontano
Nella buona cattiva sorte
Io l’amerò, l’amerò fino alla morte
Nella buona cattiva sorte
Io l’amerò, l’amerò fino alla morte
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, fino a che
Non finirà
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte finirà
Baciami, fino a quando vuoi
Baciami, come l’avessimo inventato noi
Prendi me, con ogni mia ferita
Prendi me, come per tutta la vita
Nella buona cattiva sorte
Io l’amerò, l’amerò fino alla morte
Nella buona cattiva sorte
Io l’amerò, l’amerò fino alla morte
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, fino a che
Non finirà
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte, fino a che
Fino alla morte finiràEcco, c’è da dire che qualcuno ha collegato questo cambio di rotta al suo matrimonio in gran segreto che ha sconvolto tutta la popolazione italiana femminile. Ah, come mi sento capita!

Canzone del giorno: Love is a losing game – Amy Winehouse

Una poesia in musica, che la voce di Amy Winehouse riempie di spessore. Un testo talmente semplice e profondo che solo pochi avrebbero potuto scrivere, perché nella semplicità risiede l’immediatezza, la stessa di una vita vissuta sempre al limite e terminata troppo presto.

For you I was the flame
Love is a losing game
Five story fire as you came
Love is losing game

One I wished, I never played
Oh, what a mess we made
And now the final frame
Love is a losing game

Played out by the band
Love is a losing hand
More than I could stand
Love is a losing hand

Self-professed profound
Till the chips were down
Know you’re a gambling man
Love is a losing hand

Though I battled blind
Love is a fate resigned
Memories mar my mind
Love is a fate resigned

Over futile odds
And laughed at by the gods
And now the final frame
Love is a losing game

Per te, io ero una fiamma
l’amore è un gioco in cui si perde
Un incendio alto cinque piani quando sei arrivato
l’amore è un gioco in cui si perde

Perchè vorrei non aver mai giocato?
Oh, che casino abbiamo combinato
e adesso il fotogramma finale è che
l’amore è un gioco in cui si perde

Suonato dalla band
l’amore è una mano perdente
più di quello che potevo sopportare
l’amore è una mano perdente

Diceva di essere una persona profonda
fin quando le carte erano girate
so che ami il gioco d’azzardo
ma l’amore è una mano perdente

sebbene io abbia combattuto ciecamente
l’amore è un destino rassegnato
i ricordi rovinano la mia mente
l’amore è un destino rassegnato

Finite le nostre futili discussioni
Siamo stati derisi dagli Dei
e adesso il fotogramma finale è che
l’amore è un gioco in cui si perde

Canzone del giorno: Amy – Green day

Sono passati nove anni dalla sua scomparsa. Era il 23 luglio del 2011 quando Amy Winehouse se n’è andata. La chiamano “la maledizione del club 27”, tante giovani vite di artisti eccezionali spazzate via così, in una sola notte. Amy era una cantante unica, una voce speciale, aveva una capacità di scrivere dannatamente vera, e nelle sue canzoni è racchiusa tutta la sua vita. Una vita non facile, sempre in bilico sul filo dell’eccesso, innamorata dell’uomo sbagliato, fragile e incapace di gestire un successo mondiale. Una vita buttata via, da tutti. Rimangono solo quelle domande senza una risposta: poteva essere salvata? Poteva essere protetta da quel mondo che la stava portando via? E chi può dirlo… Non ha nemmeno senso chiederselo. Di lei ci rimangono qualche foto, qualche video, le sue canzoni, e la curiosità per quel disco a cui stava lavorando e che non verrà mai alla luce. Perché lei voleva così, lei voleva che fosse tutto perfetto, e dopo la sua scomparsa le demo sono state buttate via. Amy era un’artista vera, una cantante che sapeva giocare con le proprie canzoni, rendendole ogni volta diverse, allungando una nota, rallentando il ritmo, cambiando qualche parola, e il suo genio artistico non è mai venuto a mancare in ventisette anni di vita. Otto anni fa abbiamo perso una donna, una musicista e una cantautrice. Non ci sarà mai più un’altra Amy Winehouse, ma sicuramente continueremo a ricordarla per tutto quello che in pochi anni ci ha donato.

Questa canzone è stata scritta da Billie Joe Armstrong, e inserita dal gruppo rock dei Green Day nel loro album “Dos!”. È un tributo semplice e commovente alla cantante scomparsa, accompagnato dalla sola chitarra e recitato come se fosse una lettera personale per lei. Una lettera che tutti noi avremmo potuto scrivere.

Is your heart singing out of tune
Are your eyes just singing the blues
Dirty records from another time
Some blood stains on your shoes

No one really knows about your soul
And I barely really know your name
Burning rhythms and posting lies
And a bunch of fools drown in shame

Amy don’t you go
I want you around
Singin’ woah, please don’t go
Do you wanna be a friend of mine?
Do you wanna be a friend of mine?

Did you tattoo a lucky charm
To keep you out of harms way?
Warding off all evil signs
But it never really kept you safe

Now you’re too young for the golden age
‘Cause the record bin’s been replaced
Twenty seven, gone without a trace
And you walked away from your drink

Amy don’t you go
I want you around
Singin’ woah, please don’t go
Do you wanna be a friend of mine?
Do you wanna be a friend of mine?

Amy please don’t go
Amy please don’t go

Is your heart singing out of tune
Are you eyes just singing the blues?
Dirty records from another time
Some blood stains on your shoes

May I have this last dance
By chance if we should meet?
Can you write me a lullaby?
So we can sing you to sleep

Amy don’t you go
I want you around
Singin’ woah, please don’t go
Do you wanna be a friend of mine?
Do you wanna be a friend of mine?
Do you wanna be a friend of mine?

Il tuo cuore sta stonando
I tuoi occhi stanno solo cantando il blues?
Sporchi traguardi di un’altra epoca
Un po’ di sangue sta sulle tue scarpe

Nessuno conosce davvero la tua anima
E veramente conosco a malapena il tuo nome
Bruciando ritmi e postando bugie
Per un gruppo di schiocchi annegati nella vergogna

Amy non andare
Ti voglio vicina
Cantando woah per favore non andare
Vuoi essere mia amica?
Vuoi essere mia amica?

Ti sei tatuata un porta fortuna
Per tenerti lontana dai guai?
Allontana tutti i segni cattivi
Ma non ti ha mai veramente tenuta al sicuro

Sei troppo giovane per l’età d’oro
Perché il portadischi è stato rimpiazzato
27 anni spariti senza una traccia
E ti sei allontanata dal tuo drink

Amy non andare
Ti voglio vicina
Cantando woah per favore non andare
Vuoi essere mia amica?

Vuoi essere mia amica?

Amy per favore non andare!
Amy per favore non andare!

Il tuo cuore sta stonando
I tuoi occhi stanno cantando il blues?
Sporchi traguardi di un’altra epoca
Un po’ di sangue sta sulle tue scarpe

Posso avere quest’ultimo ballo
Se per caso dovessimo incontrarci?
Puoi scrivermi una ninnananna?
Così possiamo cantarla per farti addormentare.

Amy non andare
Ti voglio vicina
Cantando woah per favore non andare
Vuoi essere mia amica?
Vuoi essere mia amica?

Canzone del giorno: Lullaby – Nickelback

Un video toccante, che ti fa scendere una lacrima, magari due, un testo di un amore incondizionato che non si perde in smancerie, che sfiora le corde giuste su una musica trascinante. “Allora dai soltanto un’altra possibilità ad una ninna nanna e mettila alla radio“, dice. Non mollare. Non morire. Non lasciarmi da solo con il nostro bambino. Una situazione che nessuna madre e nessun padre vorrebbe poter vivere, che nessun figlio si merita, un dolore inimmaginabile che nessun essere umano può affrontare da solo. Un terribile momento, in cui non esiste scelta tra lasciarsi cadere o andare avanti, perché i giorni scorrono ed è nostro diritto e dovere viverli. Una ferita che lascerà sempre una cicatrice spessa, arrossata, e che brucerà ad ogni carezza come se fosse ancora aperta. Ma la ninna nanna è quella forza, quella che prova a riempire il vuoto nel petto e a ritrovare la gioia, quella che trasforma le lacrime in ricordi, la rabbia in determinazione, la mancanza in nuovo amore.

I know the feeling
Of finding yourself stuck out on the ledge
And there ain’t no healing
From cuttin’ yourself with the jagged edge
I’m tellin’ you that it’s never that bad
And take it from someone who’s been where your at
You’re laid out on the floor and you’re not sure
You can take this anymore
So just give it one more try
With a lullaby
And turn this up on the radio
If you can hear me now
I’m reachin’ out to let you know
That you’re not alone
And you can’t tell, I’m scared as hell
‘Cause I can’t get you on the telephone
So just close your eyes
Well honey here comes a lullaby
Your very own lullaby
Please let me take you
Out of the darkness and into the light
‘Cause I have faith in you
That you’re gonna make it through another night
Stop thinkin’ about the easy way out
There’s no need to go and blow the candle out
Because you’re not done, you’re far too young
And the best is yet to come
So just give it one more try
With a lullaby
And turn this up on the radio
If you can hear me now
I’m reachin’ out to let you know
That you’re not alone
And you can’t tell, I’m scared as hell
‘Cause I can’t get you on the telephone
So just close your eyes
Well honey here comes a lullaby
Your very own lullaby
Well everybody’s hit the bottom
And everybody’s been forgotten
Well everybody’s tired of being alone
Yeah everybody’s been abandoned
And left a little empty handed
So if you’re out there barely hangin’, on
Just give it one more try
With a lullaby
And turn this up on the radio
If you can hear me now
I’m reachin’ out to let you know
That you’re not alone
And you can’t tell, I’m scared as hell
‘Cause I can’t get you on the telephone
So just close your eyes
Well honey here comes a lullaby
Your very own lullaby
Well honey here comes a lullaby
Your very own lullaby

Traduzione:

Beh, conosco la sensazione
di trovarsi bloccato sul cornicione
e non c’è una guarigione
dal tagliarsi con il ciglio frastagliato.
Ti sto dicendo che non è mai così male.
Fattelo dire da qualcuno che è stato dove sei tu.
Distesa sul pavimento
e non sei sicura
di poterlo più sopportare.
Allora dai soltanto un’altra possibilità
ad una ninna nanna
e mettila alla radio.
Puoi sentirmi adesso?
Mi sto distendendo
per farti sapere che non sei sola.
E non puoi dire:
“sono spaventata da morire perché non riesco a raggiungerti al telefono”.
Perciò chiudi gli occhi.
Bene, tesoro, ecco che arriva la ninna nanna,
la tua ninna nanna.
Ti prego, lascia che ti porti
fuori dall’oscurità, verso la luce,
perché ho fede in te
e nel fatto che riuscirai a passare un altra notte.
Smettila di pensare
alla via di uscita più semplice.
Non c’è bisogno di spegnere la candela,
perché non sei finita.
sei decisamente troppo giovane
E il meglio deve ancora arrivare.
Allora dai soltanto un’altra possibilità
ad una ninna nanna
e mettila alla radio.
Puoi sentirmi adesso?
Mi sto distendendo
per farti sapere che non sei sola.
E non puoi dire:
“sono spaventata da morire perché non riesco a raggiungerti al telefono”.
Perciò chiudi gli occhi.
Bene, tesoro, ecco che arriva la ninna nanna,
la tua ninna nanna.
Beh, tutti quanti hanno toccato il fondo
e tutti quanti sono stati dimenticati.
Quando tutti si sono stancati di essere soli
sono stati tutti abbandonati
e sono rimasti a mani vuote.
Perciò se sei là fuori, che tieni duro stentatamente,
dai soltanto un’altra possibilità
ad una ninna nanna
e mettila alla radio.
Puoi sentirmi adesso?
Mi sto distendendo
per farti sapere che non sei sola.
E non puoi dire:
“sono spaventata da morire perché non riesco a raggiungerti al telefono”.
Perciò chiudi gli occhi.
Bene, tesoro, ecco che arriva la ninna nanna,
la tua ninna nanna.
Bene, tesoro, ecco che arriva la ninna nanna,
la tua ninna nanna…

Oscar Stembridge e una canzone per salvare il pianeta (2019)

Un cantante bambino, il più giovane artista ad aver firmato per la Universal Music, classe 2007, di origini inglesi. Non sto parlando di una rivelazione della musica, non potrei mai dirlo, del resto è ancora una voce bianca che ha tanto da imparare. Ma è piacevole da ascoltare, da guardare, perché per lui è tutto incredibilmente semplice e divertente. Ha iniziato a studiare pianoforte a cinque anni, per poi aggiungere la chitarra acustica, l’ukulele e la batteria. A sette anni ha pubblicato la sua prima cover su instagram, in un account gestito totalmente dai genitori, e nel corso dei mesi si è cimentato con capolavori della storia della musica, da Elton John fino ai Queen e ai Guns ‘N Roses. Certo, fa strano vedere un bambino con una chitarra in braccio, a momenti più grande di lui, e ci si chiede se capisca davvero quello che canta, se qualcuno gli abbia spiegato il significato delle canzoni, ma lui lo fa in maniera talmente naturale, talmente sincera e semplice, che alla fine ci credi. La sua è una vita normale, va a scuola, in bicicletta, a spasso con il suo cane, a lezione di canto, in vacanza con i genitori, la sola differenza è la sua passione per la musica, che lo ha portato a farsi strada in un mondo enorme e difficile, a ritagliarsi il suo modesto spazio, a fare quello per cui probabilmente è nato. Ha dei suoi cinque brani inediti, canzoni che non faranno la storia della musica, ma sono orecchiabili, al pari di tante hit famose che diventano tormentoni estivi. Sono testi leggeri, che riflettono la mentalità ancora innocente di un dodicenne, il suo desiderio di esprimersi come sa fare, di raccontare in musica la sua infanzia e la prima giovinezza. E se guardiamo i suoi testi con questa consapevolezza, allora ne abbiamo trovato la giusta chiave di lettura.

We don’t talk at all / And it’s killing me / But I’m staying here / I don’t wanna leave / Now all you got / Is a hold on me

(Non parliamo affatto / E mi sta uccidendo / Ma io resto qui / Non voglio andarmene / Ora tutto ciò che hai è una presa su di me)

Oscar è un ragazzino, e proprio questo lo rende un artista efficace, comunicativo, una calamita per chi lo ascolta e si domanda cosa avrà da dire. Non è uno sprovveduto, è preparato, seguito, ha tanta voglia di migliorare e di lavorare, forse non conosce quanto la discografia possa essere a volte spietata, ma è un bene per lui, perché si goda il momento più spensierato della sua vita e sia felice dei suoi traguardi. Ci sono casi in cui è meglio non sapere, camminare nell’incoscienza e raccogliere i propri risultati. E Oscar ne raccoglie eccome. Ha registrato il videoclip della cover di “Sweet child ‘o mine”, ha fatto un tour di concerti con il cantautore Kristofer Greczula, ha suonato a Copenaghen davanti a diecimila persone per il movimento FridaysForFuture. Il merito è suo e dei suoi genitori, che lo hanno cresciuto con una buona cultura, messaggi positivi, un supporto sano e sempre equilibrato. Tanti alla sua età potrebbero atteggiarsi da pop star affermate, perdere il contatto con quella realtà dura a cui vanno incontro, mentre Oscar è rimasto un ragazzino umile, grato a chi gli permette di realizzare i suoi sogni. E questo lo distingue da tantissimi bambini definiti prodigio, che non vengono preparati a dovere e finiscono per farsi male.

Una nota di merito voglio però darla ad un suo singolo, uscito nel 2019. Si intitola “We march”, ed è una lettera aperta per la difesa del pianeta, una denuncia contro il riscaldamento globale e l’inquinamento. Non gli servono numeri o termini tecnici, questa canzone è nata da alcuni appunti scritti a caso su un taccuino, pensieri a cui è stata data una forma senza però snaturarli, ottenendo così un testo semplice e d’impatto, un manifesto di una generazione che vede il pianeta morire giorno dopo giorno, e che vorrebbe poter fare qualcosa.

It’s pretty easy / Changing our ways ain’t sacrifice / Our planet is heating / Should my generation pay the price? / Living in harmony with Mother Earth / She’ll be giving us back more than money is worth

È abbastanza facile / Cambiare i nostri modi non è sacrificio / Il nostro pianeta si sta riscaldando / La mia generazione dovrebbe pagare il prezzo? / Vivere in armonia con la Madre Terra / Ci restituirà più di quanto il denaro vale

Forse non basterà la sua richiesta di aiuto, quella di Greta Thumberg e di tutti i membri del movimento FridayForFuture, ma avere il coraggio e l’intelligenza per scriverlo, farci una canzone e cantarla, non è da tutti. Ci vuole maturità e consapevolezza, a dodici o tredici anni è raro averle, ma quando una persona le possiede, allora forse ha davvero una marcia in più degli altri.

Link per gli interessati:

Oscar Stembridge – Canale Youtube

Oscar Stembridge su Spotify

Oscar Stembridge Instagram Account

Qui sotto il testo completo di “We march” in lingua originale.

I want a clean sea

And swim without plastic in my mouth

The air that we all breathe

To not be a big chemical cloud

Emissions are rising and so do the seas

We’re changing the climate and cutting down the trees

To our leaders: Don’t want you to talk, want you to act

And so we march

Taking back the future that is ours

Movement’s strong and growing way too large

To be ignored by those who sit in charge

And so we march

And so we march

It’s pretty easy

Changing our ways ain’t sacrifice

Our planet is heating

Should my generation pay the price?

Living in harmony with Mother Earth

She’ll be giving us back more than money is worth

Let’s heal it

We can all live that better life

So we march

Taking back the future that is ours

Movement’s strong and growing way too large

To be ignored by those who sit in charge

And so we march

And so we march

Got our leaders right under our watch

Close our wallets, open up our hearts

Millions standing pounding the alarm

And so we march

And so we march

Animals are dying

But we depend on their existence

Been cookin’ up a crisis

But now we’re building a resistance

Together we will fight it

We haven’t done enough

And so we march

Taking back the future that is ours

Movement’s strong and growing way too large

To be ignored by those who sit in charge

And so we march

And so we march

Got our leaders right under our watch

Close our wallets, open up our hearts

Millions standing pounding the alarm

And so we march

And so we march

Parliamo di talent show: Io Canto e Ti lascio una canzone (2019)

Si può dire che siano stati un po’ i pionieri dei talent show rivolti ai più piccoli. Nel 2008 andava in onda la prima edizione di X factor, l’ottava edizione di Amici di Maria De Filippi, e contemporaneamente debuttava sullo schermo Ti lascio una canzone, nato da un’idea di Roberto Cenci e condotto da Antonella Clerici. Era un programma leggero, che ha portato ragazzi o addirittura bambini ad interpretare brani importanti della storia della musica. Idea criticabile o meno, nel 2008 avevo dieci anni e grazie a questo tipo di intrattenimento ho conosciuto canzoni che sono ancora pilastri portanti del mondo della musica. E’ stato probabilmente un merito l’aver avuto il coraggio di affidare dei capolavori a degli adolescenti, diretti da un’orchestra e portati in televisione davanti a tutti gli italiani, ma è stato anche un azzardo, perché poteva esistere il rischio concreto di illuderli, esporli all’attenzione del pubblico e poi dimenticarli. Nella realtà, in quasi tutti i casi è stato solo un momento di celebrità innocua, e sono pochi quelli che hanno continuato a coltivare la passione del canto. Vi cito un solo caso: il Volo. I tre tenori avevano quindici anni quando hanno partecipato al programma, e con dedizione, studio e lavoro sono riusciti a costruirsi una carriera solida tutti insieme, raggiungendo un mercato internazionale che tanti artisti navigati ancora sognano. Ma eccezione a parte, gli altri hanno dovuto provare altre strade. Veronica Liberati ha provato ad entrare ad Amici, ma ora canta ai matrimoni nella sua regione. Alberto Urso, altro cantante lirico che all’epoca aveva dodici anni, è un concorrente di Amici nell’edizione in corso. Angela e Marianna Fontana si sono buttate nel cinema. Michele Perniola ha partecipato ad Amici, ma non è bastato a permettergli di emergere. Emanuele Bertelli è stato selezionato ad X factor, arrivando fino alla seconda puntata dei live show. Andrea Faustini ha preso parte a X factor UK. Insomma, altri talent show, altri mondi. Va detto che le polemiche non sono mancate anche in un programma dedicato ai più piccoli, e credo sia stato eclatante il caso di Giovanna Ferrara, sedici anni all’epoca dei fatti. I risultati del televoto riuscivano sempre e comunque a premiare la giovane, ma un arresto pochi mesi dopo ha rivelato che il padre, Domenico Ferrara, era a capo del clan Ferrara-Cacciapuoti, attivo presso Napoli, e aveva sfruttato la sua posizione criminale per costringere gli abitanti di Villaricca a votare per la figlia, distribuendo ben trecento cellulari in tutta l’area. Uno scandalo non da poco, visto che Giovanna rischiò di vincere il programma, alla sua prima edizione e sicuramente al centro dell’attenzione degli occhi più critici. Nel corso degli anni Ti lascio una canzone ha poi introdotto una giuria sul modello di X factor, dietro ad un tavolo posizionato davanti al palco, e si può dire che la scelta sia stata abbastanza discutibile, perché vedere bambini al di sotto dei dieci anni atteggiarsi da artisti affermati ed essere giudicati come tali è fuori da ogni schema. Perché poi un bambino prende e assorbe tutto, ma non si può veramente valutare una voce bianca a confronto con dei ragazzi più maturi. Davanti all’emergere di nuovi talent show, Ti lascio una canzone ha perso il suo pubblico, gli affezionati sono cresciuti, il ricambio generazionale è avvenuto e la sua storia è giunta al termine.

A far concorrenza ad Antonella Clerici, Mediaset ha scelto Gerry Scotti per condurre un programma fotocopia di Ti lascio una canzone, con la sola differenza che al vincitore veniva proposto uno stage presso la New York Film Academy. La terza edizione ha deciso di adeguarsi alle mode televisive e strutturarsi a squadre, prendendo a modello i due talent show di riferimento, Amici e X factor. Che fine hanno fatto concorrenti e vincitori? Cristian Imparato, il ragazzo bruttino e con gli occhiali che con la voce rompeva i vetri, ha cambiato timbro dopo la sua vittoria portandolo a rinunciare al canto, e si è dato alla chirurgia estetica per migliorare il suo aspetto. Alessandro Casillo, il bel quattordicenne con i capelli davanti alla faccia, membro di una boyband nata e morta nel programma, ha vinto Sanremo giovani nel 2012, ma ciò non è bastato a garantirgli una carriera musicale. Dopo aver tentato la strada del lavoro come idraulico, è riuscito ad entrare ad Amici ed ha pubblicato un nuovo singolo dopo anni. Luna Melis, pur sedicenne, ha partecipato ad X factor nella dodicesima edizione classificandosi terza, e aprendosi così le porte di una possibile carriera. Innegabile che il talento possa essere nato anche qui, all’interno di programmi studiati per i ragazzini, forme primordiali dei talent show già affermati, attraenti proprio perché nuovi, con ospiti e giurie d’eccezione su cui entrambi hanno deciso di puntare. Ma anche Io canto ha avuto vita breve, subendo anche le accuse da parte della Difesa dei diritti dei minori e quelle di plagio nei confronti della Rai.

Che cosa ha imparato la televisione da questi fallimenti? Che a sedici anni non si ha la minima idea di quello che il proprio futuro potrebbe riservare, o delle possibilità realmente percorribili in ambito musicale. Non è bastato partecipare ad un programma musicale, con un alto numero di spettatori, per dare inizio ad una reale carriera da cantante. Il più delle volte non basta nemmeno partecipare a tutti i talent show in circolazione, un anno dopo l’altro, perché spesso ci vuole anche il colpo di fortuna, la casa discografica che investa su di te, il pubblico che ti voti in massa, il meccanismo di messa in onda che sappia valorizzarti. Ci vuole determinazione, ma spesso non basta nemmeno quella. Di tutti quei bambini che su quel palco canticchiavano, sono davvero pochi coloro che hanno continuato ad inseguire il sogno. Era puro intrattenimento, nonostante il televoto e le giurie, era un modo di trascorrere una serata ricordando la grande musica del passato e apprezzando le giacchette dei ragazzini con il papillon. Non c’è mai stata la pretesa di fare di loro delle promesse del canto, non sono mai stati illusi di essere future stelle internazionali, nessuno ha mai pensato realmente che da questi programmi potessero nascere dei cantanti veri. Chi partecipava lo faceva per divertimento, per fare esperienza, perché un giorno quei momenti sarebbero potuti essere utili, o solo un bel rifugio nei ricordi. Forse non si può nemmeno parlare di talent show in senso stretto, perché le voci bianche sono spesso affascinanti, dolci, tenere, ma l’età e la crescita le distruggono, facendo spazio quasi a nuove corde vocali. Io canto e Ti lascio una canzone sono soltanto dei lontani ricordi, delle serate trascorse sul divano con i miei genitori a commentare la musica così. E’ un qualcosa che io ho avuto, e che i ragazzini di oggi non avranno.

Parliamo di talent show: X factor (2019)

La storia del talent di Sky è più breve ma forse più intensa di quella di Amici. Esiste un X factor in tanti paesi, e l’Italia non è certo da meno. La sua prima apparizione risale al 2008, con Morgan, Mara Maionchi e Simona Ventura al banco dei giudici, gli Aram Quartet vincitori del programma e una giovane Giusy Ferreri al secondo posto. Passata sotto silenzio la seconda edizione, il terzo anno di vita vede Marco Mengoni trionfare, e fino ad oggi rimane uno dei simboli del talento uscito da X factor, un rappresentante della carriera che un bravo cantante può costruirsi, arrivando perfino in Spagna ad esportare la propria musica. Marco Mengoni è il prodotto più commerciale ma al tempo stesso di qualità che sono riusciti a far emergere: più avanti sarà quello stesso Mengoni a vincere il festival di Sanremo. Come un gioco di alternanza, il vincitore dell’edizione successiva scompare dalla scena musicale, e l’anno dopo Francesca Michielin conquista il primo posto, ad appena sedici anni di età. Chiunque avrebbe scommesso su un suo fallimento, io credo che nessuno avrebbe mai immaginato per lei una carriera da cantante, perché un talent show ti dà una visibilità enorme e tutta insieme, ma poi devi essere bravo a gestirla, sfruttarla, non esserne schiacciato. A sedici anni non è cosa da poco, eppure oggi è una brava cantante, piacevole da ascoltare in auto quando passa in radio, priva di qualunque cosa che potrebbe far parlare o porla al centro dell’attenzione. Ha fatto la sua strada, è stata probabilmente aiutata dai due duetti con Fedez, “Cigno nero” e “Magnifico”, ma una volta svezzata ha proseguito da sola, com’era giusto che fosse. La sesta edizione è stata priva di talenti particolari, tant’è che in finale le esibizioni furono di una scarsità clamorosa. Vinse Chiara Galiazzo, e aveva tutte le carte in regola per poter compiere la stessa scalata della Michielin. La differenza sta forse nel carattere, Chiara non ha retto la pressione di quel momento di gloria, si è fermata e ci ha pensato, si è presa quel tempo necessario per fare un buon lavoro, ma qualcuno del pubblico non l’ha perdonata. Oggi arranca e rimane nell’ombra, ma possiamo inserirla tra i nomi di coloro che in qualche modo ce l’hanno fatta. Una crisi simile e forse addirittura più profonda l’ha vissuta anche un altro vincitore, Michele Bravi: è stato letteralmente travolto dalla fama, dalle case discografiche che avrebbero voluto un suo album, dagli artisti che pretendevano di duettare con lui, ma aveva soltanto vent’anni ed era in cerca di un’identità artistica che nel caos non è riuscito a trovare. È sparito dalla scena musicale rifugiandosi in un canale su Youtube, ed è ritornato a cantare soltanto più tardi, riuscendo a farsi apprezzare come se avesse appena vinto il talent show. L’ottava edizione ha fatto vincere Lorenzo Fragola, un altro bel faccino da hit estiva che ha sprecato il suo talento, riducendosi a cantante da sottofondo nei bar. È un peccato, perché aveva le potenzialità per arrivare a tutti, ma è stato forse gestito male, o gestito solo per guadagnare, e questo lo ha relegato ad una fetta di pubblico troppo limitata. Per due anni consecutivi i vincitori sono stati un buco nell’acqua, addirittura peggiore dei secondi e terzi classificati: i Soul system ricordavano un po’ una band di stampo americano, nei sobborghi di New Orleans, e probabilmente hanno pagato caro la mancanza di una reale identità artistica, mentre Giosada non credo abbia mai avuto reali possibilità di affermarsi. È stato quest’ultimo a battere in finale gli Urban Strangers, il duo di ragazzi tra i più innovativi dell’edizione, ma l’aver mandato in onda in chiaro l’ultima puntata ha penalizzato chi ha osato portare un genere poco d’impatto. La stessa cosa è accaduta nel 2017, quando il cantante pop-lirico Lorenzo Licitra vinse contro i Maneskin allo scontro finale, favoritissimi dalle prime audizioni e sicuramente il prodotto più funzionante e già pronto a una carriera. Ma in questo caso è stata fatta giustizia, perché la band ha pubblicato un album e organizzato un tour europeo di tutto rispetto, senza nemmeno la fretta di cavalcare l’onda del successo. Lorenzo Licitra forse lavora, forse no, in pochi lo sanno. Terzo classificato arrivò un nome già noto al pubblico dei talent show: Enrico Nigiotti, vecchia conoscenza della Maionchi e di Amici di Maria De Filippi, maturato anagraficamente e artisticamente, molto poco commerciale e più simile ad un cantautore con la sua sola chitarra. E questa volta è riuscito ad emergere, a concorrere a Sanremo, duettare con Gianna Nannini, a mio modesto giudizio meritatamente. La dodicesima edizione è stata forse una delle più discusse, a metà della gara è stata eliminata Sherol Dos Santos, voce degna di interpretare brani importanti di Whitney Houston e Beyonce, ma giudicata sempre troppo classica e antica. Questa edizione è stata vinta da Anastasio, come lo definiamo?, un rapper cantautore, con delle capacità di scrittura sicuramente superiori alle sue doti canore, un po’ ribelle, anticonformista, critico del mondo e del sistema. Un personaggio d’impatto anche televisivo, con la faccia perennemente innocente e ignara degli eventi attorno a sé. Seconda classificata è stata la sosia al femminile di Lorenzo Licitra, con la differenza che se fosse stata gestita meglio avrebbe potuto fare carriera: lo studio le ha donato una voce incredibile, una tecnica impeccabile e la capacità di spaziare dal rap ai brani melodici senza fatica. Un’occasione mancata, e dispiace perché tutti hanno capito che probabilmente anche una sua vittoria non le avrebbe regalato una carriera.

X factor è spettacolo, scenografie teatrali, luci, costumi, punta tutto sulle poche ore di programma tramsesso in diretta da Sky, non sulle riprese dei concorrenti e non sulle dinamiche tra i giudici. L’ultima parola ce l’ha quasi sempre il televoto da casa, e forse questo è uno dei meriti principali del talent, perché il pubblico stesso ha sempre portato in finale gli artisti più amati, dando loro la certezza di avere qualcuno a cui rivolgersi. Poi la trasmissione della finale in chiaro ha più volte stravolto le carte in tavola, perché nonostante X factor duri solo pochi mesi, chi segue otto live show impara a conoscere i concorrenti nei loro generi, ma chi si trova davanti un rock o un rap in inglese fa più fatica a digerire l’esibizione. C’è da aggiungere che i brani assegnati ai concorrenti sono scelti dai loro giudici, con le dovute conseguenze che questo comporta: una macchina da soldi come Fedez può puntare al commerciale, un artista eccentrico come Morgan o come Manuel Agnelli può provare a sperimentare, nel bene e nel male. Certo è che al tavolo dei giurati sono stati chiamati anche grandi nomi internazionali come Skin o Mika, affiancati da cadute di stile come Victoria Cabello o Simona Ventura, e le performance del giovedì sera hanno risentito tanto di questo gap musicale. Spezzata questa lancia a favore del talent, una nota dolente credo stia proprio negli inediti che di anno in anno sono stati proposti. Sono scarsi, questo è il problema. Chi non scrive i propri brani è costretto spesso a cantare degli orrori, lontani dai propri stili, banali nelle parole, arrangiati malissimo, ma infarciti dei nomi di grandi autori che fanno domandare a cosa stessero pensando durante la composizione. La sola possibilità che hanno i dodici concorrenti di X factor per farsi conoscere è l’inedito. I Maneskin e Anastasio hanno vinto il disco d’oro con i propri inediti quando erano ancora in finale, eppure erano i soli ad averli già scritti dalla prima audizione. Complice il poco tempo a disposizione, i grandi investimenti per chiamare ospiti sul palco ogni settimana, l’attenzione al dettaglio di ogni scenografia, gli inediti passano in secondo o terzo piano fino alla loro pubblicazione. E falliscono. Chi non ha una chiara identità artistica si perde, chi non ha qualcosa di pronto viene penalizzato. Forse in un certo senso è giusto, perché in quel primo ed unico inedito il pubblico capisce chi ha davanti e quale musica può offrire. Ma al tempo stesso X factor non è una casa discografica, non guarda al futuro ma al presente, ai mesi autunnali in cui lo spettacolo va in onda e macina ascolti, non si interessa di immettere nel mondo musicale tanti artisti, gliene basta uno o a volte nessuno, perché sopravvive ugualmente. Ci è riuscito spesso, ed è un ottimo merito. Ma forse sarà difficile andare avanti all’infinito in questo modo.

Parliamo di talent show: Amici di Maria De Filippi (2019)

Appartengo a una generazione nata e cresciuta con i talent show, dai primissimi programmi con i bambini canterini ai più spettacolari e seguiti della televisione, da Io canto e Ti lascio una canzone a X factor e Amici di Maria De Filippi. La mia analisi si basa sulla mia totale ignoranza riguardo alle tecniche televisive, alle strategie di mercato, forse anche alle preferenze del pubblico, si basa solamente su ciò che in pochi anni ho visto, e su articoli letti sicuramente più tecnici e professionali del mio.

Amici, un nome una garanzia. Va in onda da diciotto anni, un tempo si chiamava Saranno famosi e richiamava ballerini, cantanti e attori, tutti nella stessa scuola, tutti studenti in ogni materia. E’ stato probabilmente uno dei primi talent show, un azzardo?, anche, perché nessuno sapeva se avrebbe effettivamente funzionato. Certo è che i vincitori dei primi anni non se li ricorda quasi nessuno. Dennis Fantina, Giulia Ottonello, Antonino, Federico Angelucci, mettiamoci anche Marco Carta reduce dall’Isola dei Famosi, sono perfetti sconosciuti. Ai ballerini forse è andata un po’ meglio, perché hanno potuto partecipare, chi più e chi meno, alla trasmissione da professionisti, ottenendo così una visibilità non da poco. Poi è arrivata l’ottava edizione e la vittoria di Alessandra Amoroso, quella che tutti hanno in bocca quando si parla dei talent show, quella che più di tutti ha saputo costruire una propria carriera, quella che ad oggi non è scomparsa nel dimenticatoio ma macina album e tour in tutta Italia. Forse la prima con un talento vero, che può piacere o non piacere. La prima ad aver dimostrato che anche i talent show possono dare un contributo alla discografia italiana. In quella stessa edizione arrivò secondo Valerio Scanu, che poi finì sul palco di Sanremo e vinse nel 2010, riuscendo negli anni a mantenere una sua carriera immersa nell’ombra e qualche raggio di luce. La nona edizione è stato un anno di grandi nomi, Emma Marrone, Loredana Errore, Pierdavide Carone, Enrico Nigiotti, artisti che sono riusciti a farsi conoscere nel breve termine, ma che poi hanno faticato a ripagare le aspettative. La stessa Emma ha registrato un flop clamoroso con il suo ultimo album, ed Enrico Nigiotti è riuscito a emergere nuovamente solo grazie alla partecipazione ad X factor. Negli anni successivi sono poche le eccezioni che sono riuscite a far carriera, penso ad Annalisa, Deborah Iurato, i The kolors. I Dear Jack si sono sciolti quasi subito, Moreno è un caso dimenticato, Briga è stato accompagnatore di Patty Pravo al festival di Sanremo 2019, nulla di più. Eclatante è stata poi la quindicesima edizione, che ha visto in finale due cantanti: Elodie e Segio Sylvestre. Due voci che, se fossero state valorizzate, avrebbero contribuito realmente alla buona discografia italiana. Ma qualcuno li ha più visti o sentiti? Il loro primo e unico tour è stato cancellato improvvisamente, ogni tanto compaiono ai vari concerti dell’estate, o come immagini di copertina delle riviste di seconda mano, ma della loro voce non si è più ascoltata una nota. E dire che Sergione l’ho visto dal vivo, ad un concerto di Capodanno qualche anno fa, e avrebbe potuto davvero cantare, emozionare, crearsi un pubblico ed una carriera di tutto rispetto. Elodie la ricordiamo come quella dai capelli rosa, ma Emma la prese sotto la propria ala protettiva, la aiutò a crearsi un’identità, a farsi conoscere nel mondo musicale, perché probabilmente aveva visto qualcosa in lei. Ma il tempo ha dato le sue risposte, e nessuno ha saputo garantire loro un futuro. Ecco, credo che questo abbia segnato una svolta nella maniera di concepire questo programma, una svolta ancora più evidente se pensiamo alla sedicesima edizione, e ai cantanti o presunti tali che Maria De Filippi ha lanciato sul mercato: Riccardo Marcuzzo, Federica Carta, Thomas Bocchimpani. A mala pena vent’enni allora, a mala pena ragazzi oggi. I classici bei faccini per adolescenti, poco importava che fossero bravi a cantare, Riccardo ha stonato dalla prima all’ultima puntata, Thomas si è presentato come un ballerino che ogni tanto cantava, Federica era una perfetta ragazzina da karaoke. Eppure hanno funzionato. Il programma lo ha capito, ha capito il pubblico a cui rivolgersi, la qualità a cui puntare, i personaggi da ricercare, ed ecco che l’anno dopo ci rifila Irama, Einar, Carmen e Biondo. Irama era in quell’anno un prodotto dimenticato dalla sua stessa etichetta discografica, Einar un ragazzo stonato come pochi ma con un vissuto difficile e tormentato, Carmen la bulla o bullizzata della classe, non lo si è mai capito, e Biondo il rapper che ha introdotto l’autotune nel programma e ha rischiato l’espulsione per un rave party in hotel. In sintesi, sia chiaro. Perché poi non nego che tutti costoro possano piacere, qualcuno li ha piazzati almeno per metà sul palco dell’Ariston, qualcun altro ha pubblicato i loro album, contendendosi addirittura il contratto. Forse non lo si può più definire talent show, ma i suoi successi prettamente economici li ha ottenuti, la sua fama perdura, e ormai chiunque si trovi davanti ad un volto nuovo domanda: “E’ uscito da Amici?”. E’ matematico. Amici funziona, funziona perché ti cattura, perché riprende i ragazzi dodici ore al giorno e registra ogni parola, segue i litigi e i nuovi amori e li manda in onda, è capace di costruire attorno ai concorrenti dei personaggi, delle maschere odiate o acclamate a prescindere dal loro talento. Amici è intrattenimento, gioca con dei ragazzi, con i loro istinti, con il loro sogno di cantare o ballare, non valorizza le loro capacità ma i loro caratteri e le dinamiche sociali, e dove queste non ci sono vengono create ad arte, con falsi ammiratori segreti, con insulti anonimi fatti leggere ai ragazzi, con umiliazioni pubbliche, con filmati compromettenti andati in onda per fomentare i litigi. La musica? La danza? Un dettaglio. E non è un caso se tra i più longevi professori di Amici c’è Rudy Zerbi, produttore discografico, con l’occhio focalizzato sui prodotti amati dal mercato. Il bel canto è surclassato dal bel volto, dai ritornelli da spiaggia, dall’autotune. Negli anni si sono presentati bravi cantanti e brave cantanti, tutti scartati in favore di qualche caso mediatico.

Oggi è in corso la diciottesima edizione, al banco dei professori siedono anche Alex Britti, non uno sconosciuto, e Timor Steffens, ex ballerino di Michael Jackson per il suo tour. Tra i concorrenti spicca una cantante, di diciotto anni appena, poliglotta e polistrumentista, con una voce rara e una capacità di spaziare tra i generi sorprendente. Spiccano anche ballerini eccellenti, provenienti dai teatri più illustri e da anni di studio accademico. Spicca anche un cantante lirico, che ha una tecnica precisa e una voce unica. Spicca il talento in mezzo a tanta mediocrità. E come ogni anno ho la speranza che venga premiato, che quei cantanti possano avere successo, costruirsi un proprio futuro, anche con qualche delusione, anche con fatica, anche senza contratti regalati dalle macchine da soldi che sono le case discografiche. Perché oggi la discografia ti mangia. Se non sottostai alle regole, il mercato ti inghiotte, ti cancella. E allora forse il vero problema non è solo Amici, che premia solo chi ha la possibilità di sopravvivere, il vero problema è anche là fuori, là, dove le case discografiche non cercano più il talento, cercano nomi da strumentalizzare per guadagnare. Non sarebbe forse meglio smettere di accontentarle così?

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